Hekate

Hekate è una figura molto importante per comprendere come la Grande Madre sia stata demonizzata dall’egemonia Giudaico/Cristiana. Ci è tramandata come Dea della morte, degli Inferi, della Magia… Di tutto ciò che è oscuro insomma. E tuttavia nella sua terrifica figura triforme serba memoria dell’antica Grande Dea che sovrintende al passaggio tra le vicende esperienziali dell’esistenza, Ištar.
Ma nella sua figura sensuale riverbera anche il lussurioso canto di Lilith… Abbranca il belligerante danzare di Kali (per i puristi – non sia mai che mi si accusi di faciloneria – il paragone è di Tranchina / Teodori, Afrodite, Edizioni Magi, 2011 pag. 95). Infine, Hekate, rivela sé stessa nel corpus dei Papiri magici Greci dietro a molti nomi tra i quali quello di Ereschigal (non Ereškigal, come sarebbe più corretto).
Non è un caso, se si vuole giocare alle similitudini, che uno degli animali più vicini ad Hekate sia la civetta. Legata anche ad Athena e a Lilith. E a Inanna; il cui nome originario, secondo il Jacobsen, era Ninanna o Ninnina (il primo col significato Signora del grappolo dei Datteri e il secondo Signora Civetta, Eliade, a cura di, Enciclopedia delle Religioni Vol. 5, Mediterraneo; voci: Inanna e Religione Mesopotamica).
Hekate
Figlia di Asteria e Perseo, Hekate, dalle “Tre facce”, fa parte della triplice divinità primordiale associata ad Afrodite ed Era. A Creta la dea-Luna era chiamata Britomarti (La Dolce Fanciulla) e i Greci la identificavano con Artemide (Apollo e Artemide venivano invocati come Hekatos e Hekate) o Hekate, quest’ultima provvista di due fiaccole.
Di notte, specialmente nelle notti senza luna, Hekate percorreva le strade dell’antica Grecia, accompagnata da cani sacri, agitando una torcia accesa. Di tanto in tanto si fermava per raccogliere le offerte lasciate dai suoi devoti ai crocicchi, il miglior luogo per il culto di questa dea dal triplice aspetto era – infatti – l’incrocio di tre strade.
Hekate non sempre veniva percepita come la dea degli inferni avida di morti e dolore, bensì anche come strega, come femmina perversa e lasciva, che ammalia le sue vittime. Il sopraggiungere di Hekate era repentino e imprevedibile. Pare che nel fondo della notte la dea comparisse sulla terra fermandosi proprio nei trivi (da qui certo è derivato il termine “triviale“): era preceduta dai cani dello Stige, l’odiato fiume infernale; forse anche da Cerbero, la spaventosa bestia tricefala che obbedisce a Hekate latrando per suscitare orrore nei succubi e avvertire i moribondi. Si dice anche di mute di cani randagi, frotte di fantasmi, spettri e in particolare demoni femminili che costituivano la corte diabolica di Hekate. Una presenza che veniva avvertita anche nei luoghi ben protetti, ma particolarmente rimanevano vittime i miseri viandanti, che ai crocicchi erano colpiti da lei e, confusi, perdevano l’orientamento e la via giusta. La fantasia adombra eventi possibili: o l’esperienza sessuale orgiastica con prostitute e figure immonde, oppure reazioni di panico dinanzi alle tremende ombre con fughe o cadute rovinose. In certe figurazioni Hekate ha la testa di cavallo; tale simbolo ci ricorda, come dice Jung, la libido fissata alla Madre e il cavallo è sovente associato alle streghe, al femminile perverso. È nota l’esperienza angosciante di un rumore di zoccoli che si approssima nel silenzio della notte. Sicuramente c’erano le torce che rischiaravano il trivio e questo aumentava ancor più il panico. Hekate è la Dea Triforme del Crocicchio che porta i viandanti fuori strada, e come Regina dei Fantasmi, viaggia nella notte seguita dal suo orribile codazzo di spiriti che cercano dappertutto e di cani latranti (anche nel Medioevo si “vedevano” le streghe volare per il cielo notturno guidate da Hekate stessa). È la Dea delle tempeste, delle distruzioni, dei terrori della notte. Difatti — come dice Plutarco — la luna crescente è di buon intento, ma la luna calante porta malattia e morte.
Ai trivi, in adorazione della Dea, si ponevano statue nere come triformi o tre maschere appese a un palo e volte orientate in tre direzioni diverse. Una usanza che forse voleva rammentare l’abisso avernico dei Greci: il trivio dell’Ade, il luogo dove venivano giudicate le anime dei morti. Jung ricorda il palo della tortura, chiamato hekàte, in Grecia, spesso piantato nei trivi, dove si torturavano e si uccidevano i malfattori.
Ai crocicchi, in onore della Dea venivano anche fatte anche offerte di cibo: uova, cipolle e pesci. Questo cibo veniva consumato dai più esclusi, pezzenti, poveri, malati, che li contendevano ai cani randagi. La Dea era vista anche come protettrice degli emarginati. Le offerte erano il resto del celebre Hekates dèirnon, il “Pasto di Hekate”. Da questa usanza nacque la frase popolare Hekataia Katestkiein, cioè: mangiare i cibi offerti a Hekate. In tali riunioni gli adepti mettevano in comune il sapere magico e stregonesco. Hekate, la dea-cagna, la dea-serpente, era – infatti – vista anche quale protettrice della magia (Come regina della morte, Hekate reggeva i magici poteri della rigenerazione), che concedeva a coloro che compivano coscienziosamente i riti del suo culto.
Si diceva che Hekate potesse guardare in tre direzioni, dato che aveva tre teste: di serpente, di cavallo e di cane. Quando i cani cominciavano improvvisamente a latrare, a ululare nella notte, rispondendosi da casa a casa, da collina a collina, era segno dell’avvicinarsi di Hekate.
Animali sacri alla Dea erano la cagna o la lupa sotto le cui spoglie Hekate poteva manifestarsi. A volte, associati alla Dea, erano il leone, i cavallo, il cane (come nelle Baccanti di Euripide). Altre volte, però, i suoi volti erano quelli del leone, del cane e della giumenta. Suo fiore sacro era il ciclamino.
Hekate aveva il suo regno nel Tartaro, il cui ingresso è in un bosco di pioppi bianchi sempre mossi da una struggente brezza. Ella si pone nell’intrico dei fiumi maledetti che la nostra memoria ben ricorda: lo Stige, l’Acheronte, l’Averno, il Lete. Ancora Dante li nomina quando parla dei regni infernali. Oltre tale confine si trova la prateria degli asfodeli e il palazzo di Ade, che vi abita con Persefone. Hekate le fa compagnia, lei che ha il potere di concedere ai mortali qualsiasi cosa da loro desiderata. Qualche fonte più tarda ha confuso Ecate con Cerbero considerando che la Dea aveva anche le mansioni di guida o guardiana. La dimora di Hekate era circondata di pioppi neri e cipressi. Ma Hekate tornava sulla terra assai più di frequente che non Ade o Persefone: appunto ogni ventotto giorni. Hekate, insieme a Persefone, rappresenta la speranza pre-ellenica della rigenerazione dopo la morte. In origine era la Triplice dea del cielo, della terra e del Tartaro, ma gli Elleni esaltarono la sua forza distruttrice a scapito di quella creatrice e “infine essa fu invocata soltanto nei riti clandestini di magia nera”.
Talora si diceva anche che Hekate, in quanto regina della notte, fosse la dea-luna nella sua forma oscura, così come Artemide era la luna crescente e Selene la luna piena. Graves ricorda che Hekate veniva descritta come una cagna, perché i cani divorano la In carne del morti e ululano alla luna. Hekate sarebbe pertanto precedente ad Ade nel dominio dell’oltretomba. È questo che spiega il suo mistero, il suo oscillare tra luce e ombra, il rispetto timoroso che Zeus aveva per lei. Ade, come Plutone, era il possessore di tutte le ricchezze sotterranee e per questo Hekate poteva arricchire chiunque volesse. La Dea governava anche sugli spiriti dei morti che facevano ritorno sulla terra. Essa poteva, se voleva, tener lontano le sue orde di spettri dai viventi.
Nei tribunali sedeva tra i potenti ed aveva la facoltà di far emergere, in assemblea, chi avesse scelto; di far vincere in guerra e in gara il suo protetto. Era anche vista quale protettrice del lavoro, degli armenti e dei giovani ed era considerata l’unica dea che potesse rispondere ai desideri degli umani. Si ergeva accanto alle porte che davano direttamente sulle strade e come Protyraia, portava aiuto o tremende sofferenze alle puerpere. Così le donne greche, quando uscivano di casa, invocavano Hekate perché le proteggesse dagli spiriti, ed erigevano sulla porta di casa la sua triplice immagine, come per avvertire gli spiriti vaganti che lì vivevano degli amici della loro Regina e che pertanto essi dovevano astenersi dal tormentare gli abitanti con rumori notturni e apparizioni. Osservano Tranchina–Teodori che Hekate quale Regina Infera e protettrice delle donne e degli emaginati sembra avere una serie di attributi positivi e negativi che la collegano da un lato al mondo infero di Persefone e, da un altro, alla seduttività di Circe.
Il culto di Hekate si prolungò anche in epoca classica, tanto nella forma privata delle cene di Hekate quanto nei sacrifici pubblici, celebrati dai “grandi” o Caberioi, nei quali venivano offerti miele, agnelli di color nero e cani, e, talora, perfino schiavi umani di pelle nera. Come Dea degli inferi, nel trentesimo giorno della morte di una persona cara, le si offrivano con timore e rispetto sacrifici di agnelli neri e cuccioli di cane ma anche latte, miele, menta e rosmarino, ossia le offerte che si facevano alle tombe e le piante aromatiche che si usavano per ritardare la decomposizione o coprirne l’insopportabile odore.
In origine Demetra e Persefone formavano una triade con Hekate, la Vegliarda adorata anticamente nei pressi di Lerna, prima che il trionfo del patriarcato ne distruggesse il culto. Secondo alcuni studiosi, Hekate in origine non era greca: il suo culto si sarebbe spostato verso sud, provenendo dalla sua patria originaria, la Tracia. Secondo altri, invece, Hekate era un aspetto della madre terra Demetra, quella stessa che annoverava tra i suoi aspetti la vergine Persefone; infatti le leggende sul ratto di Persefone e il suo successivo soggiorno nell’Ade danno una chiara preminenza a Hekate, che rappresenta la saggia vegliarda, lo stadio finale della crescita della donna (la stessa Demetra da vecchia, così come Demetra rappresenta Persefone in età matura). Nel mito del ratto Hekate è l’unica, con Elio, che sente il grido di disperazione della fanciulla. La Dea accompagna Demetra da Elio, e, dopo che Zeus, Ade e Demetra hanno pattuito che Kore resterà solo un terzo del tempo nel mondo infero, spetta a Hekate controllare che i patti siano rispettati. Al tempo in cui solo le donne partecipavano ai misteri dell’agricoltura, Kore rappresentava il grano acerbo, Persefone quello maturo ed Hekate quello raccolto. Secondo Sicuteri Kore è affine a Lilith e fa parte di una triade ieratica: la Vergine dell’aria, la Ninfa della terra e la Vecchia del mondo sotterraneo, personificate rispettivamente da Selene, Afrodite ed Hekate come figure fondamentali che si richiamano all’archetipo della Kore.
Aclune tradizioni dicono addirittura che Cerbero fosse in origine la stessa Dea della morte Hekate o Ecabe.
Da entrambe le versioni, tuttavia, risulta che i Greci consideravano molto antico il culto di Hekate, che assimilavano ai Titani, quelle divinità pre-olimpiche che vennero defenestrate da Zeus e dalla sua corte. I nuovi venuti s’inchinarono davanti all’antichità di Hekate anche con il riconoscere solo a lei un potere posseduto da Zeus, quello di concedere o vietare all’umanità la realizzazione dei desideri.
Esiodo le dedica un lungo inno (“che fra tutti Zeus Cronide onorò, e a lei diede illustri doni, che potere avesse sulla terra e sul mare infecondo; anche nel cielo stellato ha una sua parte d’onore e dagli Dei immortali è sommamente onorata”) sottolineando il suo triplice potere sulla terra, l’acqua e i cieli, che in altre storie si estende alla quaternità comprendendo anche gli Inferi.
Leggiadra fanciulla dai piedi purpurei”, la chiama Pindaro, sulla scia di Esiodo. In un cratere attico a figure rosse che racconta il ritorno di Kore da Persefone, Kore è preceduta da Hekate in funzione di psicopompo. Ma già nei pochi frammenti del Rithozomoi di Sofocle, la dea dei crocicchi ha il capo coronato di querela e di serpenti, e sull’altare di Pergamo appare come poderosa dea tricipite che, spalleggiata da cani infernali, nello stesso tempo attacca e si difende con le sue due paia di braccia, quasi a ricordare la divina Kalì.
Figlia di Gaia e Urano, benevola accoglie le preghiere dei suoi fedeli a cui concede felicità e ricchezze. Benché il suo nome significhi “colei che è lontana“, di fatto Essa era vicina ai propri devoti. Secondo Sicuteri il nome Hekate può risalire a Hekation, che vuole dire “cento“. Pare che cento fossero i mesi lunari durante i quali il frumento cresceva e veniva raccolto con rituali dedicati alla Dea. A quel tempo, ricorda lo studioso, la Dea “Non ha ancora la figura tipica degli Incubi e dei Demoni […]; questa Ecate-Luna Nera è anzi di gran bellezza, forse dobbiamo immaginarla come la omerica Circe”. Nelle versioni “positive” invece, la Dea lunare poteva provocare visioni, allucinazioni e fantasie mistiche.
Si diceva che Hekate fosse madre di Scilla. Altri dicono che non si sapeva con esattezza se fosse veramente una dea o un dio, come la Gorgone, infatti, a volte era dotata di un fallo. Era nota anche la sua lascivia di meretrice. Poteva anche trasformarsi in qualsiasi figura, cosa che rimanda all’essenza triforme. Si diceva anche che Hekate fosse madre di Circe e di Medea, che parlò con Giasone la prima volta proprio nel suo tempio. In quell’occasione aveva offerto all’eroe l’unguento che protegge contro il fuoco dei tori, “l’unguento di Prometeo”. Come Afrodite, Hekate ha poteri particolari, per l’ampia sfera di potenza e affinità che le accomuna. Anche Cabira, madre dei Cabiri, veniva tradotta in greco come Hekate e Afrodite. Le Cariti, figlie di Hekate ed Ermes, devote ancelle di Afrodite, e quasi una triplicazione della dea stessa, avrebbero rappresentato proprio la “Triplice Dea”.
Grande figura è questa dea al suo apparire nella mitologia preolimpica, se nel primo momento riceve una forte proiezione popolare e il culto si diffonde, seppure non nella religione ufficiale, almeno nell’anima collettiva. Ecate non è sentita subito come parte oscura e simbolo del proibito. Anzi, è lodata, tanto che io già ricordato Esiodo la esalta nella sua Teogonia: “Qui Hekate generò, cui più d’ogni altro tenne in pregio il Saturnio e illustri doni le largì, parte della terra e parte dello sterile mare: e in sommo onore tenuta è pure dai beati in cielo E dagli uomini”.
Le divinità greche non sono statiche e immutabili, ma crescono, cambiano: “C‘è, nella struttura del dio ellenico, una realtà psichica che diviene nel tempo, si modifica con un’intensità pari alle modificazioni psicologiche e comportamentali degli uomini” (Graves). La bianca Hekate protettrice degli emarginati, delle puerpere e del sapere magico, sarebbe stata tramandata alla nostra modernità quale maga, strega, demone della notte, prostituta, megera che causa malattia e lutti. Sembra quasi che la dea si ponesse tra luce e buio, inizia bianca e finisce nera, si apre sulla gioia, l’onnipotenza della benevolenza e finisce nell’incubo, la possessione demoniaca, la follia. Forse questo tragitto ha a che fare con la disperazione per la consapevolezza della perdita della bellezza, della forza, della giovinezza che ineluttabilmente devono cedere il passo al decadimento, la vecchiaia, la morte, forse più per quanto riguarda il versante erotico, sessuale, alla cui perdita l’essere umano non sembra rassegnarsi mai. Hekate, signora degli spettri, ricordava ai Greci che la tripartizione doveva lasciar posto accanto al mondo ordinato di Zeus anche a una sfera caotica, in cui l’amorfità del mondo originario sopravvivesse quale mondo degli inferi. Questo, a livello soggettivo, rimanda ai lati oscuri dell’anima umana che non si possono cancellare. Hekate condivide con Afrodite la consapevolezza pre-olimpica del negativo, dell’incubo, della morte, ma mentre Afrodite si avvia a svolgere i suoi lati luminosi, relazionali, Hekate affonda in un destino di negatività che apre la strada sul versante della tragedia a Medea e su quello della magia a Circe.
Nel IV secolo a.C. si diffusero a Roma i misteri di Hekate in cui c’era l’usanza, per proteggere le vergini, di spezzare la verga di una pianta dalle foglie bianche. Chiunque la toccasse impazziva. La verga attuava cioè un sortilegio tipico del potere femminile rappresentato da Hekate, delle Empuse e dalle Furie, esteso a tutte le figure, maghe, streghe o meretrici, capaci di ammaliare l’uomo e di farlo uscire di senno. Seduzione, morte e follia.Di seguito trascrivo un rituale rivolto ad Hekate tratto dai Papiri Magici Greci (IV secolo, Eracleopoli, Egitto meridionale) che mostra come fino in epoca tarda la Dea sia stata vista sia quale Divinità Luminosa che Avernica. Tra i nomi coi quali è evocata ci sono Artemide, Persefone e anche il già ricordato Ereschigal.
Quando avrai preso del cumino etiope ed il grasso di una screziata capra vergine, e quando avrai posto tutto assieme, offri il sacrificio alla Luna nel tredicesimo e quattordicesimo giorno [del mese lunare], in un turibolo di terracotta, presso un’alta dimora, sulla brace.
Formula:
Qui, o Hekate, gigantessa, signora di Diona, Persia, Baubô, Phrounê, avvelenatrice, non doma, Lida, vergine, figlia di nobile padre, tu che porti la torcia, signora, tu che abbatti la nuca altezzosa, Kourê, ascoltami, avendo aggiogato le porte di insolubile acciaio, o Artemide, tu che anche in precedenza fosti guida (a me), immensa, signora, che erompi dalla terra, guida dei cani, tu che tutto soggioghi, protettrice delle strade, tricipite, lucifera, vergine sacra; io ti invoco, sterminatrice di cerbiatte, astuta negli inganni, sotterranea, polimorfa: qui, o Hekate, Trivia, con apparizioni spiranti fuoco e che come tuo proprio dominio hai avuto in sorte terribili percorsi e moleste, demoniche evocazioni; io ti invoco, o Hekate dalle morti premature, se anche alcuni tra gli eroi sono morti senza spose e senza figli, stridendo orribilmente, divorandosi il cuore in petto, (altri: avendo l’aspetto del vento); standogli addosso, incombenti sul capo, dalla sua testa portate via il dolce sonno: che mai posi palpebra su palpebra, ma sia tormentato per i miei affanni che hanno amica la veglia. Se mai giace con qualcun altro in grembo, voi respingete costui e mettetele in cuore me, e subito dopo averlo abbandonato, ella stia davanti alla mia porta, resa schiava nell’animo per il desiderio di me e del mio amplesso. Ma tu, o Hekate, tu che hai molti nomi, vergine, Kourâ, vieni, o Dea, io Te lo impongo, tu, custode dell’aia e protezione, Persefone, tricipite, tu che avanzi tra le fiamme, tu dai grandi occhi bovini, βoυoρϕoρβη; che tutto sbrani, ϕoρβαρα, Άκτιωϕι: Ereschigal, (TM: Νεβoυτoσoυαλεθ), che stai accanto agli stipiti e che distruggi le porte. Qui, o Hekate, dalla volontà di fuoco, ti evoco per mezzo dei miei incantesimi, µασκελλι µασκελλω ϕνoυκενταβαωθ tu che vaghi cacciando sul monte, tu che squassi la terra scuotendola ed erompendo da essa, cavalla terrigena; tu che apri le fonti montane μoρμoρoν τoκpoυμβαι (κoινoν) resa folle, quella tale venga alle mie porte in fretta, dimentica dei figli e della convivenza coni genitori, e detestando l’intera stirpe degli uomini e delle donne, ad eccezione di me, quella tale, con me solo stia, resa in cuore schiava dall’ineluttabilità di una passione amorosa invincibile, θενεβ·τιθεληβ·ηνωρ·τεθνηνωρ, dea dai molti nomi, κυζαλεoυσα παζαoυς·
Perciò καλλιδηχμα καί σαβ’ piega col tuo fuoco indomabile l’anima di quella tale. Ed Orione e tu, Michele, che in alto troneggi, tu che governi sopra sette acque e sopra la terra, e che trattieni quello che chiamano il grande serpente ακρoκoδηρε μoυϊσρω Χαρχαρ Άδωναί, Ζεῦδη Δαμναμενεῦ κυνoβιoυ εζαγρα· κoινoν. Ίὼ πασικράτεια καὶ Ίω. πασιμεδέoυσα· Ίω.·παντρεϕέoυσα Zηλαχνα· καὶ σααδ· σαβιωθη·νoυμιλλoν·ναθoμεινα · ὰεὶ κεινηθ· ἄλκιμος Θησευς ονυξ, περίϕρον Δαμναμενεύς, ὰμυναμένη, αλκυια θεά, νέκυια, Περσία σεβαρα ακρα. Affrettati al più presto, che costei stia sulle soglie di casa mia (κoινoν)

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