La Discesa d’Ishtar all’Inferno

Una delle prime traduzioni italiane del poema della Discesa agli Inferi di Ištar (ma il nostro testo trascrive Ishtar) fu quella del cagliaritano Luigi Volpe Rinonapoli. Leggendola oggi viene da sorridere per i molti strafalcioni che all’epoca caratterizzavano l’assiriologia. Uno in particolare, forse in un qualche modo legato alla querelle della Babel und Bibel, voleva che la traduzione del nome di Ea (Enki) fosse Ja (YHWH)… Persino il nome Ereškigal a quei tempi era ancora tradotto con Allat (dea), che era il nome assiro della dea degli Inferi, e che oggi non viene più adoperato preferendo gli assiriologi l’uso certamente più corretto di Ereškigal. Per non parlare del trattamento che viene riservato a questa dea, descritta come un orribile mostro, quando in realtà sappiamo dalla Discesa di Nergal che essa era ritenuta bellissima (Enki mette in guardia Nergal dalla bellezza di Ereškigal). E per non dire del finale, confuso e caotico.

Rinonapoli inoltre non sfuggì al doloroso e impietoso massacro del poema espediente tipico dell’epoca… Ornamenti, fronzoli, censura di ogni riferimento alla sessualità, integrazioni tristemente patetiche (come i diamanti che piangono la sorte della dea)… Personalmente ritengo che le riscritture, siano esse fatte in prosa altisonante o in linguaggio diretto, siano esclusivamente finzioni letterarie e, specialmente parlando di esoterismo, abbiano valore di fuffa… A questo pietoso e increscioso riscrivere e imbrogliare le carte non rifuggono nemmeno pietosi maestruccoli dell’oggi che pretendono di riscrivere i miti, garantendo e gabellando che pure i miti più antichi del mondo provengano dalla “loro penna” (sic!).

Riporto la traduzione del Rinonapoli, per quanto infarcita degli artifici letterari di cui sopra e impreziosita con stucchevoli cornici floreali (ne do un esempio sotto al titolo) resta comunque un bel documento intorno alla vicenda della ricostruzione del testo della Discesa. A seguito la traslitterazione del testo, sempre a cura del Rinonapoli. Il tutto è preceduto dall’articolo che l’Unione Sarda consacrò alla presentazione del poema. Dopo gli articoli ho inserito anche le immagini che furono pubblicate per illustrare il “mondo di Allat” e la figura di Ishtar e un articolo, sempre de l’Unione Sarda, con una lettera all’autore.

Non mi dilungo più di tanto perché i testi sono abbondanti… Per i puristi: nell’area riservata di questo blog sono in corso le pubblicazioni delle maggiori traduzioni italiane dagli anni 30 ad oggi.

La Discesa d’Ishtar all’Inferno

Luigi Volpe Rinonapoli

1903

greca

Dedica dell’Autore. Alla Sardegna, che nel cagliaritano museo serba le inoppugnabili prove dell’antico suo culto di Astarte augurando che dalla cima dei suoi nuraghi simbolo di una nuova vita e pensiero dopo così lunghe tenebre torni a risplendere ancora nel giorno della risurrezione il fuoco sacro alla Generatice Divina dedico.

Recensione de L'Unione Sarda

Ieri, nella bella e vasta sala del Circolo Universitario, affollata d’un pubblico distintissimo, l’egregio prof. L. V. Rinonapoli ha tenuto l’annunziata lettura della “Discesa d’Ishtar” facendola precedere da un efficace e colorito commento.

L’uditorio, fra cui notavasi una leggiadra schiera di gentili signore e signorine, applaudi calorosamente il conferenziere.
Il poemetto sarà, presto pubblicato, epperò nulla ne riportiamo, ma non vogliamo privare i nostri lettori di un sunto, almeno del commento da cui l’A. lo fece precedere e che riuscì oltremodo interessante pel pubblico che era, come disse il conferenziere stesso, non solo numeroso ma, sceltissimo.
L’ A. esordì dando un breve cenno della storia esterna del testo. Esso fu trovato negli scavi così dotti di Ninive, ed è inciso, a caratteri cuneiformi, sopra una delle tavolette di argilla formanti la grandiosa biblioteca del re, “Assurbanipal” il calunniato “Sardanpalo” delle nostre scuole – circa sette secoli innanzi l’era volgare, ma quella non è che una copia, o traduzione di un testo molto più antico.
Fu dapprima indicato, come era catalogato, con parole del principio “anâ, mate lâ tarât” ossia “verso il paese da cui non si ritorna”, poi l’assiriologo tedesco Schrader, in vista del suo contenuto, lo intitolò “Die Höllenfahrt der Ishtar” “La discesa d’Ishtar all’ Inferno” titolo che le è definitivamente rimasto attraverso le molte recensioni, interpretazioni e traduzioni inglesi, tedesche, e francesi, dallo Smith, al Sayce, dall’Oppert, al Maspero, venendo fino all’opera capitale di Ieremias, e alle critiche argute del Jensen il quale ne, dette infine nel 1901 una nuova e forse definitiva ricostruzione e traduzione.
Il poema, si riferisce al culto di Adone, della cui diffusione ed influenza persino sui riti cristiani il Rinonapoli promette di occuparsi altra volta, e legge le amorevoli parole con cui il Decharme, nella sua “Mythologie de la Grêce Antique” caratterizza i miti allusivi a quella che chiama felicemente la “tragedia, della natura”. L’alterna vicenda, cioè delle buone o cattive stagioni.
Questa tragedia dovette, dice il Rinonapoli, essere meglio sentita dai popoli abitanti nella valle del Tigri la cui terra può, con Hommel, dirsi, al par dell’Olanda una conquista dell’uomo sulla natura, e che avevano tutto giorno sott’occhio lo spettacolo dei vulcani ardenti nell’acqua.
L’A. accenna brevemente, allo sviluppo preso presso altre nazioni dalla mitologia comparata, che fra noi trovasi ancora allo stato d’appendice della filologia, e dice: oggi si può ritenere dimostrato che la mitologia fu preceduta dal demonismo: o che gli dei stessi in origine furono demoni. Venuta, col crescere della civiltà la sistemazione teologica, gli antichi dei abissali o decaddero, o si trasformarono in dei celesti.
Avvenne così che “Inlil” e “Ninlil”, il signore e la signora del mondo sotterraneo, il “Bell” e la “Beltis”, Dio e Dea per antonomasia assunsero una divinità puramente onoraria tra gli dei del cielo, e al loro posto la signoria fu data a Nerigal e a Ninkigal o Allat, figure orribilmente mostruose come appaiono da una nota tavola scolpita della collezione De Clereq a Parigi.
Ishtar, invece, analoga ad Afrodite e Venere, come esse stella del mattino e della sera, che in erigine aveva significato la gleba feconda, arida e vedova del sole in inverno, rifiorente a primavera col sole che risorge, divenne una Dea celeste; essa fu identificata a Nana o Nina (Nin-â la signora dell’oceano primordiale, la dea madre, per eccellenza) e in ragione del suo, doppio carattere siderale fu considerata come vergine e come madre, come guerriera e come dea dell’amore. Detta regina del cielo e della terra, madre degli uomini o degli dei, signora della bellezza, ed effigiata ora come una donna nuda che si preme con le mani il petto rigoglioso, ora come una figura belligera ritta su una, tigre, ora come la pietà scolpita dagli artisti cristiani, reggendo sulle ginocchia il giovane Tammuz di cui fu considerata talora come sposa, talora come madre.
Come sposa è considerata, appunto in questo poema, e poiché il giovane amante l’è morto, ucciso, secondo si rileva da altre fonti, da un mostro, simbolo dell’inverno. Nel suo prorompente dolore la dea scende nell’Inferno a cercarlo.
I Babilonesi, con molto buon senso, immaginarono l’Inferno, come un freddo deserto, un luogo di isolamento, di abbandono, di tenebre eterne, ove i morti languono nella dimenticanza dei vivi, e colà regna Allat, il terribile mostro femmineo di cui si è detto più sopra, con fauci enormi di leonessa, artigli di aquila, corpo grande e villoso. Questa abbandona Ishtar ai suoi demoni che la chiudono nella sotterranea prigione.
Ma “Papsukal”, una specie di demiurgo, intermediario tra l’uomo e gli dei, porta in cielo la notizia, e “Samash”, il dio sole, ne chiede ad “Ja” la liberazione perché durante la sua, assenza gli uomini e gli animali non amano più, e la vita va languendo sulla terra. “Ja”, forma, apposta, un uomo-divino, “Uddusunamir” che, scende nell’abisso, piega la superba ritrosia di Allat, fa uscire gli “Annunaki”, spiriti misteriosi che il Rinonapoli crede analoghi ai Kabiri dei Greci, apre la fonte della vita, ed Ishtar risorge, e con le acque della vita fa risorgere anche il suo amante.
Il poema, d’indole liturgica, dice il conferenziere, si riferisce alla pienezza del culto d’Ishtar, e quantunque il dio “Sin” vi sia nominato tre volte, per evidente interpolazione, apparisce chiaro che Ishtar, nel testo originale era in diretto rapporto con Ja, cioé la dea della gleba terreste con quello dell’oceano celeste, epperò quel testo deve risalire ad un’epoca che si può far oscillare fra cinque e seimila anni innanzi Cristo.
Perché farne un riduzione e non una traduzione? Chiede il Rinonapoli, e risponde: “Perché l’indole diversa di tempo e di nazione, e lo stato del testo, e le varie interpretazioni, concordi nella sostanza, ma troppo nella forma diverse, non consentono l’idea di una traduzione vera e propria.”
Egli quindi ha rifatto – seguendo autorevoli esempi – aiutandosi colle recensioni straniere, e col confronto del testo e di altri documenti; ha svolte alcune parti, come la descrizione del viaggio d’Ishtar, e la sua contesa con Allat; condensato altre, sopprimendo le inutili ripetizioni: ha seguito nell’interpretazione della chiusa piuttosto quelle del Jensen e del Sayce che quella del Ieremias, e ciò per ragioni artistiche, e ha così vestito all’italiana il leggiadro “poema della risurrezione”.
Perché – si chiede ancora l’A. – questo lavoro? “Perché mi parve – dice egli – che la, rappresentazione artistica della natura sia di tutti i tempi, e in tanto affannoso dibattersi per trovar forme ed immagini nuove, non sia male ritornare a quegli antichi che appunto per essere più vicino alla natura poterono “sentirla” meglio di noi. Ed anche perché l’assiriologia è una scienza troppo poco nota in Italia, mentre ad essa spetta il vanto d’aver sollevati ed andar risolvendo importanti problemi per le origini della civiltà. E, a me, parve utile tentare d’innamorar di questi studi un pubblico intelligente ed eletto. Finalmente poi per un altro motivo che si può indovinare dall’epigrafe dedicatoria del libro.”

L’Unione Sarda, 18 e 19 novembre 1902

Discesa di Ishtar all'inferno - Interpretazione di L. V. Rinonapoli

Ishtar, la dea, la bella, rivolto ha il suo pensiero
verso il paese donde nessun mai ritornò.
Ella che è vita ed anima dell’universo intero,
verso il regno dei morti l’orecchio suo chinò.

Lo sposo, suo diletto, l’amante del suo core,
come sole al tramonto fu visto dileguar!
Di Sin la figlia madre del rifiorente amore
vuol nel profondo abisso l’amante suo cercar.

Scende, scende, del baratro cupo per l’ombra intensa
la regina dell’armi, la donna degli amor;
In luce della bella persona della densa
notte che la circonda dissipa il tenebror.

Parlano le, radici dell’alte palme annose:
“Dove vai, diva? Questo non è il tuo ciel.
Divora la putredine quaggiù le morte cose;
quaggiù perenni regnano le tenebre ed il gel”.

L’oro e l’argento parlano dalle vene profonde:
“Arrestati o divina! Dove inoltri il tuo piè …
In terra e in ciel si compiono le nozze tue gioconde;
perché vieni nell’unico regno che tuo non è?”

“Ishtar, Ishtar – sussurrano i puri diamanti –
getta le armille: noi le vogliamo supplir!
brillerem come gli occhi dei numerosi amanti
cui fu dato di cogliere sul tuo labbro un sospir”

E i cupi echi ripetono: “Arrestati, o regina!”
Quaggiù soltanto cessa l’inclita tua virtù!
Tutti i nomi son tuoi: tu Militta, tu Nina,
tu la madre degli esseri che cerchi mai quaggiù?

In quest’ora risplende la tua fulgida stella
ai tuoi devoti, o santa, rischiarando il sentier,
mentre le tue jerodule, di lor persona bella
innanzi all’ara tua fan copia al passeggier.

Arrestati! Se manchi tu l’universo muore.
Cosa che possa vivere senza di te non v’ha;
con te cessa ha vita; cessa con te l’amore,
un deserto la terra senza la tua beltà!”

Ella non cura e passa…. La luce del suo sguardo
basta a schiarirle tutte le ambagi del cammin;
e l’aere, che sempre si fá più grave e tardo,
olezza già pel balsamo dell’alito divin.

Pei tetri silenzi discende la dea
del regno dei morti la porta già vede ….
Incerta un momento rattiene il suo piede,
sta l’uscio vietato pensosa a guardar!

La polve s’addensa sui cardini antichi;
di polvere annosa la soglia è velata;
la speme a chi v’entra per sempre è negata,
che mai quella soglia si possa varcar!

Mai anima viva varcolla finora,
vi passano i morti nè tornan giammai,
di fango e sozzure si cibano ormai,
la tenebra eterna sovr’essi pesò ….

Ed ecco la diva sicura, si accosta,
d’un lampo d’orgoglio la fronte sfavilla
per l’ombra già scruta l’ardita pupilla,
il pugno divino già l’uscio scrollò

“Su, su, guardiano dell’ampia magione,
spalanca le porte: la diva son io
che seguo le tracce del morto amor mio
e in fondo all’abisso saprollo trovar!

Se ancora rifiuti, se ancora ti neghi,
se ancor di ritardo frapponi un istante,
cadran queste soglie dai cardini infrante,
i morti vedransi sui vivi piombar!”

“Cessa, o diva, alla suora (=signora) che regna
su quest’ombre non far tale oltraggio!
Ecco io stesso il divino messaggio
in tuo nomea recare ne andrò.”

Ode il messo, e s’affanna, si sdegna
la superba che regna nell’Ade:
“Come falce a mature biade,
ecco Ishtar. nel mio regno calò.

Dissetarsi con l’acque vitali
ella chiede: e d’ipocriti pianti
su le amanti rapite, agli amanti
fá le mute caverne sonar!

Come deboli canne gementi
piegheremo d’innanzi a costoro?
Cielo e terra son fatti per loro
fin l’abisso ci vonno negar!”

“E, passi pur la reproba che la magione inferna
ardisce col lascivo suo sguardo ora scoprir!
passi; ma su lei compiasi l’antica legge eterna,
e nuda al mio cospetto si vegga comparir.”

Allat, la dea terribile che su gli estinti impera
e in mostruoso aspetto chiude spietato core
che sulla nera barca solca per l’onda nera,
e intorno a lei camminano la morte ed il terror.

così, composta alquanto la mente esagitata
parla; ma gli occhi veggonsi sinistri balenar…
Sta la corte dei demoni intorno a lei schierata
del suo scettro di fuoco il cenno ad aspettar.

“Entra, o regina non son segreti
che il tuo non possa sguardo scoprir!
Entra, o signora, entra e s’allieti!
La fosca casa pel tuo venir!” ….

“Perché mi togli la mia corona?
La mia corona non vo’ lasciar…”
“D’Allat il cenno così risuona:
Se, non la lasci non puoi passar.”

“perché mi togli gemme e monile?
perché degli ori mi spogli il piè?”
“Se non li lasci, donna gentile,
quest’altra porta chiusa è per te”

“Perché la zona che il colmo petto
frena e sorregge mi togli or tu ?…”
“D’Allat è questo, signora il detto:
Se non la lasci non passi più”

Così per sette, porte la dea
delle sue vesti lasciò l’onor;
schiusa la settima porta cadea
l’ultimo velo del suo pudor…

All’apparire di tanta bellezza sovrumana
un grido di sorpresa dai demoni si alzò;
ma di geloso sdegno ardente, la sovrana
dell’ombre col più fiero cipiglio la guardò:

“Che vuoi ? che cerchi audace ? Non paga di sfrenata
libidine che spandi su la terra e sul mar,
qui, dove casta io regno, ardisci tu, sfacciata,
con l’oscena bellezza i demoni tentar?”

“Casta? Bel vanto ! Basta. l’orribile tuo volto
porche d’oltre vederti non senta uomo il desir.
Quanto ha di brutto il mondo tanto sta in te raccolto:
svelati ed i tuoi demoni stessi farai fuggir!…

A me dettero i numi ogni beltà in retaggio
negli occhi e nella bocca mi posero l’amor:
devi esser troppo lieta se oggi ho portato un raggio
della bellezza eterna fino al tuo tenebror!

Orsù troppo son stata; troppo l’aspetto mio
deve accrescere l’onta della bruttezza in te!
Lo sposo mio tu rendimi: rotta con l’amor mio,
lungi da te, malvagia, rivolger voglio il piè!”

Ma s’agita e smania d’Inferno la dea
e chiama ruggendo gli spiriti del mal:
“Orsù, tutti insieme ferite la rea,
non valga a quel corpo la vita immortal!”

Negli occhi, degli occhi la bruci l’arsura!
nel petto, del petto la strazi il martir!
Dal capo alle piante sia tutta tortura,
non sia la stia vita che un lungo morir”.

Le soffia sul viso: letargo di morte
sul volto leggiadro diffonde il pallor,
ma i sensi sopiti le strazia più forte
unito di mille tormenti l’orror …..

Giace la bella in fondo dell’abisso sopita
ed in terra languiscono l’erbe, i ruscelli, i fior;
a poco a poco manca ogni alito di vita,
le stelle impallidiscono, tutto si fa squallor….

Più le giovenche il toro non cerca e per la via
indifferenti passano i giovani tra lor;
non più le donne allettano, più l’uomo non desia;
sono morti nel mondo la bellezza e l’amor.

Ma il benigno ambasciatore
ch’é tra l’uomo e la superna
corte, al nume protettore
l’aspra nova già ne diè:
“Scese Ishtar nell’ombra eterna
e ritorno ancor non fè”.

Ed ecco il dio lucente che protegge gli umani
contristato nell’anima sale al gran padre in ciel:
“O tu nume dei numi, sovrano dei sovrani,
piegati ,alle mie preci, ascolta il tuo fedel.

Ishtar, la bella, al cui vivifico sorriso
non ti rifiuti, o padre, anche il tuo cuore aprir:
sul cui labbro soave, dal cui giocondo viso,
irraggia e si diffonde della vita il respir,

giace, siccome morta, nella prigion profonda
ove Allat, la tien chiusa con geloso livor,
ed ecco già la terra vedova ed infeconda
sente mancarsi l’alito di sua possanza e muor!

Dal toro la giovenca si scosta, e per la via
passan senza guardarsi i giovani tra lor,
più l’uomo non domanda la donna non desia
son spariti dal mondo la, bellezza e l’amor!

Destala, o padre. destala! Che senza amor la terra
un vasto cimitero dovrebbe diventar!
Della sorella nostra il carcere disserra:
alle farfalle i fiori rendi e le calme al mar!”

il padre assente: “Schiudasi dalla sorgente ascosa
la sacra linfa e vedisi sgorgare in faccia al sol.
Torni ridesto il fulgido sposo alla bella sposa,
cessi del verno rigido il troppo lungo duol”

Del divin cenno scende latore il campione
novo, che l’ombra dissipa ovunque reca il pie’.
La dea che acerba impera su l’infernal magione,
tremenda ed implacabile solo per lui non è.

Atsunamir s’inoltra
ed al gentil che prega
invano Allat si nega;
è legge il suo pregar.

La fonte della vita,
che ella, gelosa asconde
ecco già lascia l’onde
mirifiche balzar.

Squassa il dimon ministro
già, le immortali porte:
trema la soglia al forte
colpo della sua man!

Stan della vita i geni
alti sul trono di oro:
sommessi innanzi a loro
i neri spini stan!

Ecco, ed Ishtar si desta
ripassa l’ardue porte:
la legge della morte
solo per lei cangiò….

Seco risorge il Vago
sposo dei suoi begli anni;
cessati son gli affanni,
l’ora d’amor tornò.

D’acqua vital già bagna
la dea quel capo amato,
già l’olio profumato
fa sopra lui versar.

Seco lei trionfa e seco
le dive a lei consorti
delle sue liete sorti
vengono ad esultar….

Ecco è cessato il pianto;
l’inno giulivo suona:
splende la stia corona
di duplice fulgor !

Torna con lei la vita
sopra la terra intera:
torna la primavera
baci a destare e fior.

Discesa di Ishtar all'inferno - Traduzione letterale (1902)

1 Al paese dal quale non si ritorna, alla città delle tenebre,
2 Ishtar, la figlia di Sin, ha rivolto il suo orecchio
3 Si, ella, la figlia di Sin, ha rivolto l’orecchio
4 alla casa delle tenebre, alla dimora d’Irkalla,
5 alla casa ove si entra e da cui più non si esce,
6 al sentiero pel quale chi passa più non dà indietro,
7 alla casa dove gli ospiti son privati di luce,
8 dove la polvere è il loro pane, e il loro cibo è il fango,
9 e più luce non vedono e sono nelle tenebre immersi,
10 e son vestiti appena di piume come gli uccelli.
11 Sull’uscio si ammucchia e sui serrami la polvere.
12 Giunta Ishtar alla porta dell’Aral,
13 al custode di quella porta, (così) la parola, rivolge:
14 “O spargitore delle acque, apri la tua porta!
15 apri la tua porta perché io voglio entrare!
16 Se tu non apri la porta sicché io non possa entrare,
17 io scrollerò l’ uscio e ne infrangerò i chiavistelli;
18 io romperò la soglia e, passerò per le imposte [abbattute]
19 Io farò uscire i morti e divorare i viventi
20 e più dei vivi saran numerosi gli estinti”.
21 Apre il custode le labbra e favella.
22 Egli dice ad Ishtar la signora:
23 “Ferma, o signora! non serve che tu abbatta la porta.
24 Io andrò a dichiarare il tuo nome a Nin-ki-gal (la signora dell’ abisso)”
25 E discende il custode e dichiara:
26 “O dea, Ishtar tua sorella viene a chiedere l’acqua,
27 e scrollando le sbarre poderose, ella ha minacciato d’ infrangerle”
28 Ode Allat quelle cose, apre le labbra e, favella:
29 “Come falciatrice d’erba Ishtar è discesa!
30 Noi siamo come canne gementi presso le acque
31 Qual è, contro di me la sua sete? … Qual rancore ha ella con me?
32 Ecco ella dice: date queste acque al mio sposo,
33 vo’ che sia questo il mio cibo, e questa la bevanda mia!
34 Io piangerò (dice) sugli eroi a cui hai tolte le spose,
35 piangerò sulle fanciulle a cui tu strappasti gli amanti.
36 piangerò sulle giovani vite rapite da te innanzi l’ora .. .
37 Pure va, o custode, ed apri a lei le tue porte;
38 ma denudala però secondo le leggi antiche.”
39 Va il custode ed apre a lei le sue porte:
40 Entra, o donna, e Kutha divenga lieta per te!
41 Si rallegri a te dinanzi la regia del paese senza ritorno!
42 Egli la fa entrare la prima porta e richiude; e deve ella lasciare l’ alta corona del capo….
43 “Perché, o custode, mi togli la grande corona dal capo?”
44 “Entra, o signora! questi sono i decreti di Allat!”
45 Ei la fa entrare la seconda porta e richiude, e le porta via dalle orecchie gli orecchini.
46 “Perché, o custode, gli orecchini delle mie orecchie mi hai tolti?”
47 “Entra, o signora! Questi sono i decreti di Allat!”
48 La fa entrare la terza porta e richiude, e porta via le gemme del suo collo.
49 “Perché, o custode, porti via dal mio collo le gemme?”
50 “Entra, o signora! Questi sono i decreti di Allat!”
51 Ei la fa entrare, la quarta porta e richiude, e le porta via l’ornamento del seno.
52 “Perché, o custode, mi togli l’ornamento del seno?”
53 “Entra, o signora! Questi sono i decreti di Allat!”
54 Ei la fa entrare la quinta porta e richiude, e porta via dalla sua vita la gemmata cintura.
55 “Perchè, o custode, mi togli la cintura dai fianchi?”
56 “Entra o signora! Questi sono i decreti di Allat!”
57 Ei la fa entrare la sesta porta e richiude, e le porta via le smaniglie dalle braccia e dai piedi.
58 “Perchè, o custode, mi togli le smaniglie dalle braccia e dai piedi?”
59 “Entra o signora! Questi sono i decreti di Allat!”
60 L’ ultima porta ei la fa entrare e richiude, e porta via l’ultimo velo della sua verecondia.
61 “Perchè, o custode, mi togli l’ ultimo velo della mia verecondia?”
62 “Entra, o signora! Questi sono i decreti di Allat!”
63 Appena Ishtar è discesa nel paese dell’Aral,
64 Allat la guarda e le sta dispettosa innanzi
65 Ishtar non si riconsiglia né pronunzia scongiuri
66 Allat apre le labbra e favella:
67 A Namtar, suo messaggero, queste parole ella dice:
68 “Va Namtar; prendi Ishtar per mio conto
69 menala teco e sei volte Ishtar di malattia colpisci!
70 La malattia degli occhi, nei suoi occhi
71 La malattia del ventre nel suo ventre;
72 La malattia del piede nei suoi piedi;
73 La malattia del cuore nel suo cuore;
74 La malattia del capo nel suo capo si avventi!
75 In Lei, su per tutto il Suo corpo, e dentro ogni membro di Lei, la malattia si avventi!”
76 Appena Ishtar nell’Aral è discesa,
77 colla vacca il toro più non si accoppia
78 per via la giovane non si accosta più al giovane;
79 il giovane cessa dall’accorrere ai suoi cenni;
80 e cessa la giovane dal far valere i suoi vezzi
81 Papsukal, il messaggero dei grandi dei inchina il suo capo innanzi al dio sole:
82 Tutto è iscuro laggiù, la distruzione è dappertutto!
83 Il dio del sole si muove e sta innanzi a Sin padre suo;
84 innanzi ad Ja, il sovrano, egli lascia scorrere le sue lagrime :
85 “Ishtar è discesa sulla terra e non è più risalita,
86 e dal tempo che Ishtar è scesa nel paese di Aral,
87 non più il toro con la giovenca si unisce, né l’onagro si accosta alla femmina sua;
88 per via la giovane più non si accosta al giovane;
89 il giovane cessa dall’accorrere ai suoi cenni;
90 cessa la giovane dal far valere i suoi vezzi!..”
91 Nella sapienza del suo cuore Ja forma un essere umano,
92 Egli crea Uddusunamir l’androgino:
93 “Va Uddusunamir, e a te d’ innanzi sarà, docile la porta dell’Aral.
94 Si apriranno innanzi a te le sette porte dell’Aral!
95 Allat ti vedrà e si rallegrerà di tua presenza.
96 Quando sarà tranquillo il suo cuore, ed il suo sdegno calmato,
97 scongiurala nel nome dei grandi dei”
98 Egli volge il capo al luogo del riposo, alla sorgente dell’acque (e parla)
99 Lascia che scorra l’acqua, o signora lasciamene bere:
100 Allat lo ascolta, e si batte i fianchi e si morde il dito.
101 “Tu mi hai chiesto ciò che non conveniva.
102 Fuggi, Uddusunamir, io posso coprirti di gravissima offesa.
103 Posso far che i rifiuti delle cloache siano il tuo cibo;
104 posso farti ber l’acqua delle pozzanghere della città;
105 posso farti dimorare nelle tenebre eterne dell’abisso,
106 soggiornare sulla soglia delle porte.
107 la prigionia e l’abbandono logoreranno allora il tuo spirito.”
108 Ma Allat apre ancora la sua bocca e parla.
109 A Namtar, suo messaggero, la parola rivolge
110 “Namtar, batti all’uscio della gran casa murata;
111 rompi la soglia e fa sfolgorare la luce!
112 Fa apparire gli Annunaki e collocali sul trono di oro!
113 Versa su Ishtar le acque della vita e traila a me d’innanzi!… “
114 Namtar va e sforza le porte del palazzo.
115 Sbatte le soglie sicché ne sprizza la luce.
116 Fa uscire gli Annunaki e li colloca sopra un trono di oro.
117 Versa sopra Ishtar le acque della vita e la trae fuori
118 La, prima, porta le fa passare e le rende il velo della sua verecondia.
119 La seconda porta le fa passare e rende a lei i braccialetti delle mani e dei piedi.
120 La terza porta le fa passare e le rende la gemmata cintura dei suoi fianchi.
121 La quarta porta le fa passare e le restituisce gli ornamenti del petto.
122 La quinta porta le fa passare e le rende il monile del collo.
123 La sesta porta le fa passare e le rende gli orecchini alle orecchie.
124 La settima porta le fa passare e le restituisce la grande corona del capo.
125 (Il demone parla ad Ishtar) “Perché ella ti renda colui pel quale pagasti il riscatto volgi ancora verso lei la faccia.
126 per Tammuz lo sposo della tua giovinezza.
127 Versa su lui le pure acque ed ungilo d’olio balsamico;
128 avvolgilo in un manto di porpora, e un cerchio di cristallo adatta (sopra le sue mani)
129 Samkat (La dea della gioia) penetri i precordi….
130 Innanzi a te la dea Tillili prenda i suoi gioielli,
131 le pietre dell’occhio anche che sono perenni”
132 Tillili, la dea, udì la morte di suo fratello; ella ruppe i gemmati cerchietti [che aveva presi]
133 e le “pietre dell’occhio” che facevano luccicare il suo volto,
134 “O mio fratello (gridando) non mi abbandonare!
135 Nel giorno di Tammuz egli adatti a me un cerchio di cristallo, un braccialetto di turchese, come una volta ei l’adattava a me,
136 come una volta ei l’adattava a me. Lascia gli uomini e le donne gementi.
137 Porgli una funebre pira, e spargerlo di aromi soavi.
138 Segnatura: proprietà del palazzo di Assurbanipal re d’Assiria, re delle moltitudini.

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