La Discesa d’Ištar all’Inferno #2

Pubblico volentieri una parte del materiale utilizzato a suo tempo per il mio Dingir I’Ištar. Si tratta della traduzione seguita dalla sinossi del mito ad opera di Giuseppe Furlani, pubblicata nel 1958 nel suo Miti Babilonesi e Assiri (Sansoni). La traduzione, per quanto superata, resta comunque una buona lettura introduttiva al mito della Discesa ad opera di uno dei padri dell’assiriologia italiana.

Una versione a cura di Luigi Volpe Rinonapoli e risalente al 1903, una delle primissime traduzioni italiane, era stata pubblicata qui.

La Discesa d’Ištār all’Inferno
Traduzione e sinossi di Giuseppe Furlani
(1958)
1) Nella terra senza ritorno, nel suolo di Ereškigal,
Ištār, figlia di Sin, si propose di andare.
Si propose la figlia di Sin [di andare]
nella casa delle tenebre, sede d’Irkalla,
5) nella casa, dalla quale non esce colui che vi entra,
per la strada dalla quale non ha ritorno l’andata,
nella casa nella quale chi vi entra è privo di luce,
là dove polvere è il loro nutrimento, il loro cibo è fango,
luce non vedono, in oscurità siedono,
10) sono vestiti come gli uccelli coll’abito di ali,
sopra i battenti e sul chiavistello è distesa polvere.
Quando Ištār raggiunse la porta della terra senza ritorno, raggiunse
al portiere della porta essa disse una parola:
“Eh, portiere, apri la tua porta,
15) apri la tua porta, voglio entrare!
Se non apri la porta ed io non entro,
abbatterò il battente, il chiavistello spezzerò,
abbatterò gli stipiti, atterrerò i battenti,
farò salire i morti, che mangeranno i vivi,
20) più numerosi dei vivi saranno i morti”.
Il portiere apri la sua bocca e parlò, egli disse alla grande Ištār:
“Ristà, mia signora, non gettarla giù!
Andrò, il tuo nome annuncerò alla regina Ereškigal”.
Entrò il portiere e disse ad Ereškigal:
25) “Ecco che questa tua sorella Ištār sta nella porta,
colei che celebra grandi feste gioiose e sommuove l’oceano davanti ad Ea”.
Ereškigal quando udí questo,
come un tamarisco reciso divenne pallida la sua faccia,
come canna kuninu tagliata divennero nere le sue labbra.
30) “Che cosa ha indotto il suo cuore (a venire) da me? Che cosa ha diretto il suo animo contro me?
Questa, (che cosa vuole)? Io voglio (continuare a) bere acqua cogli Anunnaki,
quale cibo mangiare fango, quale bevanda inebbriante bere acqua sporca,
piangere sopra gli uomini che hanno abbandonato le loro mogli,
piangere sopra le donne che dal seno dei loro mariti sono state strappate,
35) sopra il bambino debole piangere che è stato falciato prima dei suoi giorni.
Va, portiere, aprile la tua porta,
trattala secondo gli ordinamenti antichi!”
Andò il portiere e le apri la sua porta:
“Entra, mia signora, Kutū ti procuri gioia!
40) Il palazzo della terra senza ritorno si rallegri davanti a te!”
Nella prima porta egli la fece entrare, la quale si spalancò, ed egli (le) tolse la grande corona del suo capo.
“Perché, portiere, hai tolto la grande corona del mio capo?”
“Entra, mia signora, così sono gli ordinamenti della Signora della Terra”.
Nella seconda porta egli la fece entrare, la quale si spalancò, ed egli (le) tolse i pendenti dei suoi orecchi.
45) “Perché, portiere, hai tolto i pendenti dei miei orecchi?”
“Entra, mia signora, così sono gli ordinamenti della Signora della Terra”.
Nella terza porta egli la fece entrare, la quale si spalancò, ed egli (le) tolse le perline del suo collo.
Perché, portiere, ha tolto le perline del mio collo?”
“Entra. mia signora, così sono gli ordinamenti della Signora della Terra”.
50) Nella quarta porta egli la fece entrare, la quale si spalancò, ed egli (le) tolse gli ornamenti del suo petto.
“Perché, portiere, hai tolto gli ornamenti del mio petto?”
“Entra, mia signora, così sono gli ordinamenti della Signora della Terra “.
Nella quinta porta egli la fece entrare, la quale si spalancò, ed egli (le) tolse la cintura di pietre della procreazione attorno alla sua vita.
55) “Perché, portiere, hai tolto la cintura di pietre della procreazione attorno alla mia vita?”
“Entra, mia signora, così sono gli ordinamenti della Signora della Terra”.
Nella sesta porta egli la fece entrare, la quale si spalancò, ed egli (le) tolse gli anelli delle sue mani e dei suoi piedi.
“Perché, portiere, hai tolto gli anelli delle mie mani e dei miei piedi?”
“Entra, mia signora, così sono gli ordinamenti della Signora della Terra”.
60) Nella settima porta egli la fece entrare, la quale si spalancò, ed egli (le) tolse l’abito della (parte) inferiore del suo corpo.
“Perché, portiere, hai tolto l’abito della parte inferiore del mio corpo?”
“Entra, mia signora, così sono gli ordinamenti della Signora della Terra”.
Quando Ištār fu discesa nella terra senza ritorno,
Ereškigal la scorse e davanti ad essa si spaventò.
65) Ištār non prese consiglio, (ma súbito) sopra di lei balzò.
Ereškigal apri la sua bocca e parlò,
a Namtāru, il suo messaggero, essa disse una parola:
“Va, Namtāru, chiúdila nel mio palazzo!
Fa uscire sessanta malattie, fa uscire contro Ištār
70) la malattia degli occhi contro i suoi occhi,
la malattia dei fianchi contro i suoi fianchi,
la malattia dei piedi contro i suoi piedi,
la malattia del cuore contro il suo cuore,
la malattia del capo contro il suo capo,
75) contro di lei tutta, contro!”
Dopo che la signora Ištār fu discesa nella terra senza ritorno, sulla vacca il toro non montava (più), l’asino non si accostava (più) all’asina,
alla donna nella strada non si accostava (più) l’uomo, dormiva l’uomo (solo) nella sua stanza,
dormiva la donna (sola) nel suo canto.
Papsukkal, il messaggero dei grandi dèi, il suo viso era abbassato, la sua faccia era oscura, di lutto era vestito, un abito sudicio portava.
80) Andò Šamaš davanti a suo padre Sin e pianse,
davanti ad Ea, il re, colarono le sue lacrime:
“Ištār è discesa nella terra, non è (ancora) salita.
Dopo che Ištār è discesa nella terra senza ritorno, sulla vacca il toro non monta (più), l’asino non si accosta più all’asina,
alla donna nella strada non si accosta (più) l’uomo, dorme l’uomo (solo) nella sua stanza,
85) dorme la donna (sola) nel suo canto”.
Ea nel suo cuore saggio formò un’immagine,
fece Aṣūšunamir, il cinedo:
“Va, Aṣūšunamir, verso la porta della terra senza ritorno drizza la tua faccia!
Le sette porte della terra senza ritorno si aprano davanti a te!
90) Ereškigal ti scorga e gioisca davanti a te!
Quando il suo cuore si sarà calmato e il suo animo si sarà rasserenato,
allora scongiùrala nel nome dei grandi dèi,
alza la tua testa, dirigi la (tua) attenzione verso l’otre: “Su, mia signora, mi si dia l’otre, l’acqua nel suo interno voglio bere”.
Quando Ereškigal udí questo,
95) percosse la sua coscia e morse il suo dito:
“Hai espresso a me un desiderio che non va desiderato.
Suvvia, Aṣūšunamir, voglio scongiurarti con un grande scongiuro:
I cibi dei rigagnoli della città siano il tuo cibo,
i condotti della città siano la tua bevanda,
100) l’ombra delle mura sia la tua dimora,
la soglia sia la tua abitazione,
l’ebbro e l’assetato percuotano la tua guancia!”.
Ereškigal apri la sua bocca e parlò,
a Namtāru, il suo messaggero, essa fece parola:
105) “Va, Namtāru, batti ad Ekalgina,
le soglie adorna con pietre brillanti,
gli Anunnaki fa uscire, sul trono d’oro fa(lli) sedere,
Ištār aspergi coll’acqua di vita e poi prendila e (portala) davanti a me!”
Andò Namtāru, batté ad Ekalgina,
110) le soglie adornò con pietre brillanti,
gli Anunnaki fece uscire, sul trono d’oro (li) fece sedere,
Ištār coll’acqua di vita asperse e la prese,
dalla prima porta la fece uscire e le restituì l’abito della (parte) inferiore del suo corpo,
dalla seconda porta la fece uscire e le restituì gli anelli delle sue mani e dei suoi piedi,
115) dalla terza porta la fece uscire e le restituì la cintura di pietre della procreazione attorno alla sua vita,
dalla quarta porta la fece uscire e le restituì gli ornamenti del suo petto,
dalla quinta porta la fece uscire e le restituì la collana del suo collo,
dalla sesta porta la fece uscire e le restituì pendenti dei suoi orecchi,
dalla settima porta la fece uscire e le restituì la grande corona del suo capo.
120) “Se essa non ti concede il prezzo del suo riscatto, rivolgiti contro di lei.
Sopra Tamūz, l’amante della sua giovinezza,
le acque pure versa, l’olio buono spilla,
con un abito festivo rivestilo, egli suoni col flauto di lapislazzuli
le cortigiane pacifichino il suo animo.”
125) Bēlilē, il tesoro che essa ha accumulato,
di pietre preziose è pieno il suo seno.
Il lamento di suo fratello Bēlilē intese e lasciò cadere il tesoro che aveva accumulato,
le pietre preziose essa sparpagliò nel suo santuario:
“Unico fratello mio, non mi rovinare!
130) Quando Tamūz mi suona col flauto di lapislazzuli dall’anello di corniola,
quando con lui, i prefici e le prefiche mi suonano, i morti salgono e aspirano l’incenso”.

Sinossi del mito.
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