L’antica Corona dei Mesi

Tanti anni fa il cantautore Francesco Guccini scrisse la Canzone dei Dodici Mesi; Tra i sostenitori più accaniti – sgomenti dal fatto che un cantautore di sinistra cantasse i tempi del calendario e addirittura le festività religiose – si levarono aspre polemiche. In realtà con quella ballata il Poeta Francesco Guccini non aveva fatto altro che regalare all’ascoltatore una moderna versione (tra l’altro apprezzabile e godibilissima) della Corona dei Mesi, i cui precedenti affondano le radici nella Letteratura italiana, quella vera, risalendo fino a Folgóre da San Gimignano e Cenne da la Chitarra; sarebbe a dire agli albori del nostro moderno parlare la Lingua Italiana. Ho scelto di pubblicare quale augurio ai miei (pochi) lettori per il nuovo anno una di queste corone: L’Antica Rappresentazione della Corona dei Mesi , edita nel 1990 da una libreria di Firenze in sole 1000 copie e donata in occasione dell’avvicinarsi del capodanno ai clienti.
Buon 2018 a tutti.
Di seguito riproduco il testo della Corona dei Mesi e la nota introduttiva a cura di Carlo Lapucci. Le incisioni, provenienti da differenti fonti (per lo più incunaboli e, nel caso dell’anno, dall’edizione quattrocentesca delle Opere di François Villon), sono quelle che accompagnano l’edizione cartacea della Corona.

Il Contrasto dei Mesi – La corona dei mesi, detta anche la mascherata, il contrasto dei mesi, mascherata del calendario, è un’antichissima composizione che ripete sul piano della poesia quello che sono le serie di dodici figure, ciascuna rappresentante un mese dell’anno, nella pittura nella scultura, nel bassorilievo, nelle formelle, nelle xilografie e nelle incisioni.
Come rappresentazione di periodi di scansione dell’anno è preceduta da quella dei segni zodiacali, che spesso accompagna la rappresentazione dei mesi, anche se con questa non coincide. Siamo dunque di fronte a una composizione che, attraverso mutazioni e adattamenti, allunga le sue radici in chi sa quale epoca. Deriva probabilmente (ma affermare con sicurezza certe cose non è possibile) da riti magici di propiziazione o da funzioni religiose relative all’inizio dell’anno. Fino ad oggi i contadini hanno pensato i mesi come elementi dotati d’individualità, personalità, volontà, quasi semidei con cui parlare, soprattutto delle condizioni climatiche relative alle coltivazioni e ai raccolti. La Chiesa ha lasciato largo campo alle protezioni dei Santi sulle piante e sulla campagna proprio per combattere simili elementi pagani che però non sono mai scomparsi.
Del resto, le storie che riguardano i mesi costituiscono una piccola mitologia in cui Gennaio, ruba i giorni a Febbraio, Marzo beffa la vecchia, o il pastore, Gennaio si vendica della merla. Così nei proverbi Marzo è pazzo, Aprile gentile, Maggio amoroso, ecc. Perduta la dimensione magica o religiosa, mantenendo i mesi gli elementi personali e l’individualità, è naturale che questa rappresentazione abbia assunto la forma del contrasto, meglio ancora di gara dei dodici tra chi cerca di convincere l’uditorio della propria superiorità rispetto agli altri. La cultura ufficiale, sempre attenta ad afferrare spunti e motivi, si è impadronita di questa forma e, un po’ in tutte le letterature, si sono avute corone di componimenti sui vari mesi. Ne sono un esempio in quella italiana sia la serie dei mesi di Folgore da San Gimignano, sia la parodia che ne fece Cenne dalla Chitarra. Ma la fortuna di questa forma si è avuta soprattutto nella letteratura minore dei calendari, dei lunari e degli almanacchi, dove i bell’ingegni si sono sbizzarriti nel presentare i mesi con strofette, ottave, filastrocche. Buoni ultimi i libri scolastici, abbecedari, sussidiari, libri di letture infantili e di svago avevano un tempo la loro serie dei mesi che ancora va e viene dalla soffitta, come accade di tutte le cose veramente costanti nel tempo. Per avere un’idea di cosa fosse questa rappresentazione possiamo riportare quanto scrive il Badudri ( Contrasto dei Mesi nella Mascherata Istriana del calendario) a questo proposito, riguardo a quello che si faceva in Istria. “L’anno vecchio con la barba bianca e lo scettro tra le mani, camuffato da Arlecchino, così da avere nei ritagli del suo costume una guisa di tutte le stagioni, invitava ogni mese a declinare le proprie generalità e a sciorinare i propri pregi e i propri meriti… Altrove l’anno gestiva e non parlava dando la parola con cenni imperativi della mano ai dodici mesi convenientemente mascherati: Gennaio intabarrato, febbraio freddoloso rampollo di Carnevale, Marzo pellegrino che cerca la Primavera, Aprile e Maggio infiorati e gai, Giugno coronato di grano e di frutta, Luglio coperto di spighe e talora impaludato sotto le spoglie di Giulio Cesare, Agosto seminudo e talora rappresentante Cesare Ottaviano Augusto, Settembre gaudente, sfiorito, Ottobre inghirlandato di foglie di vite, Novembre vecchietto piagnucoloso, Dicembre con lo scaldino fra le mani. Ma nei luoghi maggiori il numero delle maschere saliva da tredici a settantatré. Giacché ognuno dei dodici mesi ha i suoi giorni speciali, contraddistinti da ricorrenze festive e da nomi di santi popolari, ogni mese conduceva un proprio branchetto di maschere secondarie, che rappresentavano appunto i Santi nominati nei versi che ogni singolo recitava. Questo allargamento di maschere avveniva per due ragioni. L’una, la meno forte, stava nell’intento di render col numero dei partecipanti più magnifica la mascherata; l’altra, la preponderante, derivava dal desiderio dei più di prendervi parte per aver modo di partecipare con la comitiva mattacchiona – con la ganga – alla scorpacciata finale. Infatti la mascherata finiva sempre con una tradizionale mangiata di baccalà e di frittelle (fritole) e in una solennissima sbornia di maschere e di… Santi, in casa di colui che fra la brigata avesse disposto di qualche camerone, o meglio di qualche bel cortile, quando pappata e ubriacatura non avessero luogo nella sala comunale o sulla pubblica piazza. A tal uopo si faceva la questua del vino per il paese, come si fa ancora in molti luoghi, conducendo sur una carruola una botticella vestita di stracci, a guisa di vecchia inferma o di pagliaccio ubriaco, in cui il rigonfiamento delle doghe rappresentava la pancia o il cocchiume l’ombelico, per il quale, attraverso un imbuto, la gente versava l’offerta del vino, come ancora lo versa. Ogni mese era dunque accompagnato da una certa brigatella di pedissequi. I Santi rappresentati eran quelli che nel calendario comune istriano sono i più noti e i più popolari, perché il loro nome è legato a speciali credenze, a superstizioni terapeutiche, a fiere e a vecchie feste del popolo istriano. Un confronto con i proverbi calendaristici da me pubblicati ne è la prova luminosa. E così il corteo delle maschere ingrossava… Ogni figura secondaria doveva essere convenientemente vestita ov’era possibile, e ove possibile non era, si presentava più o meno grottescamente camuffata. Al cenno del capobrigata (l’Anno) ogni Mese avanzava con la sua brigatella, recitava la propria parte, tessendo le proprie lodi, enumerando le sue festività e presentando coloro, che di queste festività erano campioni, i quali spesso suscitavano le più grasse risa, se con la propria vita di buontemponi eran ben lungi da rappresentare degnamente i Santi elogiati dal Mese, oppure se gestivano goffamente…”.
Questo tipo di rappresentazione era diffusissimo, come testimoniano i reperti, spesso in frammenti, che sono stati consegnati alla tradizione scritta: Veneto, Abruzzo, Umbria, Marche, ecc. In Toscana abbiamo numerose testimonianze, segno evidente della diffusione dell’usanza che tramontò sotto i colpi della rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche. Com’è noto i rivoluzionari elaborarono un nuovo calendario destinato nei loro disegni a soppiantare quello tradizionale legato alla religione, ai Santi, a una concezione superata del tempo. Anche se ebbe breve durata il calendario repubblicano, concepito dalla bizzarra mente di Fabre d’Eglantine, interruppe queste esili tradizioni considerate in contrasto con la ragione e col progresso. Se anche furono in seguito riprese non ebbero più un preciso luogo nella vita sociale e solo nelle sacche periferiche della vita tradizionale, villaggi, zone non toccate dalla rivoluzione industriale, conservarono una continuità e un senso.
Il testo è stato raccolto a Firenze alla fine degli anni Cinquanta da Carlo Lapucci e Ida Chimenti, all’epoca della prima edizione (1990) ultranovantenne, che aveva gestito tutta la vita l’Osteria Parri sulla Via Bolognese. Presenta molte analogie, strofe addirittura simili, con un testo marchigiano pubblicato dal Ginobili.

L’ANNO
Io sono il padre di dodici figli
e tutti quanti sono mortali;
vesto di rose, di fronde e di gigli,
io sono il padre di dodici figli.

GENNAIO
Io son Gennaro nel canto del foco,
giro l’arrosto e fo’ veglia nel gioco
per la delizia di questi signori
e sono scritto tra i mesi migliori.
Porto Befana con neve e con vento,
con Sant’Agnese e il beato Vincenzo,
poi i Santi vengono Antonio e Bastiano,
Paolo de’ segni che avverte il villano.

FEBBRAIO
Io son Febbraro che porto il sereno,
che rompo il gelo e la terra rimeno
e non guardate se zoppo cammino:
c’è Carnevale e il bel tempo vicino.
Santa Maria ai due Purificata
dice se resta o finì la vernata;
ai ventiquattro vi porto Mattia,
non son bisesto e ai ventotto vo’ via.

MARZO
Io sono Marzo che vengo col vento
col sole e l’acqua e nessuno contento;
vo’ pellegrino in digiuno e preghiera
cercando invano la Primavera.
Di grandi Santi m’adorno e mi glorio:
Tommaso il sette, e poi il grande Gregorio;
con Benedetto la rondin tornata
saluta e canta la Santa Annunziata.

APRILE
Io sono Aprile ridente e gentile:
vesto le piante e le faccio fiorire,
giovani e vecchi fo’ rallegrare
e rane e uccelli faccio cantare.
Porto il cuculo ed un verde origliere
e del dormire la voglia e il piacere;
il ventitré San Giorgio e le spighe;
il venticinque San Marco e la vite.

MAGGIO
Io sono Maggio, di tutti il più bello,
di rose e fiori m’adorno il cappello,
caccio le noie e porto l’amore:
di tutti i mesi son detto il migliore.
Reco le piogge di San Bernardino,
uccelli e api nei fiori del lino;
e al venticinque la spiga del grano
empie la notte che vien Sant’Urbano.

GIUGNO
Io sono Giugno che mieto lo grano,
io mieto al monte, alla valle e nel piano:
e con fatica e con sudore
da poverello mi faccio signore.
Io porto lucciole, mosche e cicale
e a San Giovanni la notte che sale,
San Barnabà a San Vito vien dietro
e ai ventinove San Paolo e San Pietro.

LUGLIO
Io sono Luglio che aspetta il villano,
che vuol trebbiare e rimettere il grano:
porto col sole il vaglio e il forcone,
e per spulare, il vento Aquilone.
E porto il caldo del Solleone,
la zucca al porco, al ghiotto il melone
e il grande fuoco che Cirillo mena
spengon Sant’Anna e la Maddalena.

AGOSTO
Io sono Agosto e so’ il più galante,
asciugo i fossi e taglio le piante;
se non avessi già il campo vangato
sarei da tutti poltrone chiamato.
Porto le more e le notti belle,
a San Lorenzo il pianto di stelle
e per l’Assunta piccioni arrosto,
perdo la rondine il dì di San Rocco.

SETTEMBRE
Io son settembre, il mese cortese,
ai poverelli rifaccio le spese;
bagno le botti, porto le mele,
i fichi, l’uva ed ogni piacere.
Io porto chiacchiere alle lunghe veglie,
di starne e lodole empio le teglie;
onoro l’Angelo Michele e Maria
e parto il giorno di Santa Sofia.
OTTOBRE
Io sono Ottobre che faccio il vino,
vendemmio l’uva e la pesto nel tino,
porto castagne e tordi al villano,
ripongo il rospo sotto il pantano.
Ecco Teresa che porta le vanghe,
scuote Crispino col vento le ghiande,
San Luca semina e Santo Simone
coglie la nespola e bacchia il marrone.

NOVEMBRE
Io son Novembre che porta la bruma,
spacca la legna ed il giorno consuma
ammazzo l’oca, spoglio le fronde,
porto acqua ai fossi e la neve al monte.
E piango i Morti finché San Martino
riporta il sole e il fiasco del vino;
ma Caterina di neve è già bianca
e Sant’Andrea mette al fuoco la panca.

DICEMBRE
Io son Dicembre che Dio vien dal cielo,
brucio davanti e dietro son gelo,
mangio capponi, capretti e agnelli
e sono il peggio dei miei fratelli.
Dell’Anno porto la luce più breve,
porto la notte più buia e la neve;
ma San Nicola ammazza il maiale…
poi vien Lucia, San Tommaso e Natale.

L’ANNO
Io sono il padre di dodici figli
e tutti quanti sono mortali;
vesto di rose, di fronde e di gigli,
io sono il padre di dodici figli.
Non c’è n’è uno all’altro uguale:
scema la notte e sale il di,
poi scema il giorno e la notte sale:
il mondo è sempre fatto così.

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