Mammone, serpato e lionato. Il folclore del gatto.

miarfOggi siamo tutti anglofoni. Conosciamo Jack lanterna, conosciamo la banshee irlandese, gli gnomi (pur se sono norvegesi), evochiamo Bloody Mary e chissà quant’altro. Ma abbiamo dimenticato il nostro folclore. Milioni di spiriti, folletti, linchetti, luttini, dame bianche, bubbole, melusine e chi più ne ha più ne metta. E che dire delle nostre fate? Hanno forse perso il loro smalto da che sono arrivate anche qui le graziose fairies celtiche?
Va già bene al gatto, il più mirabolante paraculo tra i famigli delle streghe, protagonista di fiabe, racconti e burle, di volta in volta amico, aiutante fatato, maramaldo, furbaccio, truffaldino; spesso compare in quest’ultima guisa sotto vari epiteti, dei quali il più celebre è sicuramente quello di Mammone.
Ma che dire del Gatto Lupesco? O dei gatti “lionati” o “serpati”? Val la pena di ripercorrere in un breve excursus la storia, sfuggente quanto insidiosa, del folclore gattoso.

Nota: le fonti sono tutte in spoiler, chi non ha familiarità con le lingue volgari può tranquillamente saltarle.

Nel XIX secolo, quando Jacques Auguste Simon Collin de Plancy compilava il suo Dictionnaire Infernal, la credenza in questi spiriti era ancora molto diffusa, specialmente nel mondo rurale che raccoglieva ogni manifestazione del preternaturale, sotto al nome di fantasima. Il nome designava, difatti, una classe di spiriti, elementali diremmo oggi, ed è attestato da una lunga tradizione della quale il testimone più prestigioso è Giovanni Boccaccio (Decameron, VII-1).

Collin De Plancy - La fantasima

Sfuggente e melliflua la fantasima percorre una rilevante quantità di opere letterie sin dai tempi della lingua volgare. Essa, per esempio, è nel Decameron la chiave di volta che permette a Monna Tessa di non insospettire il consorte, Gianni Lotteringhi allarmato da colpi sospetti sulla porta di casa, e di farlo becco. Gianni viene furbamente convinto dalla moglie a recitare un incantesimo (certamente “cavato” dalla tradizione popolare in quanto contiene forti connotazioni sessuali: “a coda ritto ci veniste, a coda ritta te ne vai“, Decameron, VII-1) per cacciare lo spiritello molesto. Altri risvolti della vicenda sono impregnati di sapore ancestrale: Neri Pegoletti, amate di Monna Tessa, riconosce che questa è disponibile tramite un segno convenuto: la posizione di un teschio d’asino posto in cima ad un palo di vigna. In questo alcuni studiosi hanno riconosciuto un rito di fertilità, risalente addirittura agli Etruschi; non è un caso che la memoria collettiva lo associ ad un atto sessuale (che poi sia vincolato o meno dal sacramento del matrimonio non ha molta importanza).

 Un giorno, però, Gianni Lotteringhi, torna improvvisamente a casa e, prima che Monna Tessa possa spostare il segnale. Federico bussa alla porta. Allora la donna fa intendere al marito che quei tocchi sono dovuti a una «fantasima» che già altre volte, quand’era sola, l’aveva visitata, spaventandola. Ora, forte della presenza del marito, afferma di volerla «incantare» rendendola innocua. li trucco funziona: il marito è convinto e l’amante fa visita a Monna Tessa la sera stessa.1

È difficile assegnare un significato preciso e univoco alla parola fantasima; in numerose regioni d’Italia sembra esprimere realtà diverse che in comune hanno solo l’idea del mostruoso e del pauroso. In Toscana la fantasima era una figura preternaturale, compariva in luoghi e momenti determinati ma sempre votata a nuocere. Vagava nottetempo spaventando e molestando i malcapitati passanti. Nel senese  era detta anche, semplicemente, la paura (attestato anche nel pisano) ed era immaginata come una figura di proporzioni straordinarie, soprattutto in altezza, al cui passaggio avvizzivano i campi e si tramortivano gli animali; ad Arezzo era un lupo o un cane ululante, o altrimenti una figura ibrida, in parte uomo e in parte bestia. A Firenze era la «mala cosa». Nella zona di Pisa è testimoniato anche un uso didattico del Gatto, anzi in questo caso della Gatta, si usa infatti canzonare il bambino rispondendo al suo «ho paura» – sovente in riferimento al buio – con la frase «della gatta gnuda (nuda)». Si può ben immaginare quale risvolto osceno celi la gattina denudata, cioè priva di peli… Molti altri fra i novellieri toscani dei Trecento, oltre Boccaccio, ricordano queste curiose o spaventose figure. Uno dei testimoni più celebri della credenza nella fantasima è Jacopo Passavanti (Firenze, 1302 circa – 1357) che accosta, ma non so dire se per primo o meno, lo spiritello al Gatto Mammone. Nello Specchio di vera Penitenza il Passavanti parla, tra i tanti argomenti, anche degli incubi che sopraggiungono a coloro che si addormentano sul fianco sinistro dopo aver mangiato troppo; queste sono le fantasime, specie di satiri o gatti mammoni.

Jacopo passavanti - Specchio di Vera Penitenza

Indubbiamente lo stesso nome di questa particolare fantasima, il Gatto Mammone, si presta a favoleggiare, solletica beffardo e complice la fantasia.2 E difatti la fortuna dei gatti mammoni del folclore italiano sarebbe durata a lungo. I gatti “maimoni” sono ad esempio ricordati – assieme al lupo menaro – nel Pentamerone (o Cunto de li Cunti) del napoletano Giovan Battista Basile (1566-1632).

Giovan Battista Basile - Cunto de li Cunti

E persino nel Milione di Marco Polo (dopo la novella del Re d’Abascie).

Marco Polo - Milione

Curiosa è poi la nota di Giovanbattista Baldelli Boni, curatore ottocentesco del Milone, che identifica il Gatto Mammone con una “spezie di scimmia caudata, e perciò detta dai greci e latini Cercopithecus. Ed è, vi garantisco, quanto di più serio si è favoleggiato sul Gatto Mammone. Alcune definizioni di questa fantasima rendono (o inventano di sana pianta?) parole dense d’arcaismo, forse attinte dai bestiari in volgare, forse dal parlar comune, certamente curiose se non addirittura buffe all’orecchio di noi moderni. Tra le Annotazioni al Malmantile Racquistato (poema eroicomico, scritto da Lorenzo Lippi, 1606–1665), v’e ne è una, riferita all’ottava XIX del IX Cantare, che parla del gatto soriano il quale si dice quello che ha la pelle di color lionato, serpato di nero.

Lorenzo Lippi - Malmantile Racquistato

Gatti serpati e lionati! Non riesce difficile immaginare il manto delle bestiole, maculato o tigrato, pittorescamente descritto dal commentatore. Ma la sonorità delle parole colpisce. Viene da pensare ai molti bestiari che parlano del gatto come di un piccolo leopardo. E così fa anche Immanuèl Romano (Manoèllo Giudèo, 1261 circa – m. dopo 1328) nel Bisbio (bisbiglio) a magnificentia di messer Cane de la Scala. Il poemetto racconta di un viaggio meraviglioso in terra straniera e ricorda che “Qui sono leoni / e gatti mammoni  / e grossi montoni / vedut’ho cozzare“. Secondo l’autore il Gatto mammone altri non sarebbe che un leopardo.

Di volta in volta, si è detto, i gatti mammoni sono spiritelli, fantasime, ombre, spettri. In taluni casi, come sopra, animali esotici. Ma in un caso almeno compaiono nella veste di aiutanti fatati: ne La Novellaja Fiorentina di Vittorio Imbriani (1840 –1886) le nostre fantasime aiutano la Bella Caterina, protagonista della novella omonima.

La Bella Caterina - Novellaja Fiorentina

Personaggi fiabeschi dunque, oltre che terrori notturni. Facenti parte di una schiera zoomorfa fortemente radicati nella tradizione popolare. È il caso del già ricordato Giovan Battista Basile, che in un racconto torna a parlare del Gatto Maimone e ne accosta la figura all’altrettanto particolare Lupo Cerviere.

Giovan Battista Basile - Cunto de li Cunti

Con Basile siamo nel 500 avanzato, ma la sua menzione del Lupo Cerviere ci permette un  piccolo excursus a ritroso nel tempo, precisamente fino al XII secolo, per incontrare un personaggio a dir poco straordinario, il Gatto Lupesco. Questi è protagonista di una giullarata intitolata Detto del Gatto Lupesco, un gioiello del volgare italiano, che a dispetto dei secoli continua a dar grattacapi ai filologi qualora tentino di decifrare l’identità della nostra fantasima. Spiritello orgoglioso, ben caratterizzato, sagace, sottile, spocchioso e spaccone il Gatto Lupesco non ha timore, quasi fosse uno scontro epico tra personaggi di alto lignaggio mitologico, di rivolgersi in questo tono nientemeno che a due cavalieri della Tavola Rotonda giunti in Italia a cercare lo smarrito Re Artù: “Quello k’io sono, ben mi si pare. / Io sono uno gatto lupesco, / ke a catuno vo dando un esco, / ki non mi dice veritate. / Però saper vogl[i]o ove andate, / e voglio sapere onde sete  / e di qual parte venite“. Il lettore benevolo e curioso mi perdonerà se metto in spoiler l’intera prima parte del poema, ma è così bello che non ho saputo resistere.

Detto del gatto Lupesco.

L’attenzione, nota Annamaria Carrega, al di la di interpretazioni o letture testuali gravita principalmente intorno all’elemento che, fin dal titolo, cattura l’immediata curiosità del lettore. Che cosa mai significa «gatto lupesco»? La studiosa rende conto delle tesi dei maggiori filologi che si sono misurati col Gatto e nota che, pur con alcune differenze, tutte le scuole di pensiero concordano nel riconoscere che la chiave per comprendere l’identità del gatto sta proprio nel nome Gatto Lupesco.

Né i bestiari, né l’epopea animale, né i repertori di mirabilia recano tracce di un essere così denominato. Ciascuno degli studiosi citati ha tentato spiegazioni solidali con la propria interpretazione del poemetto e tutti, concordemente, hanno visto nel nome del protagonista una chiave di lettura, se non una cifra, del suo significato complessivo.3

Il Gatto Lupesco potrebbe essere una figura umana in possesso delle attitudini attribuite dai bestiari a due animali distinti; un eroe, armato della ferocia del lupo e dell’astuzia del gatto (Ma le due nature del Gatto Lupesco potrebbero persino tramandare un conflitto fra il dinamismo aggressivo ed estroverso del lupo ed il sedentario conformismo del felino domestico) che compie il suo viaggio nell’insidioso deserto del mondo. Non ha natura dualistica ma appare più quale fusione, integrazione di due proprietates. Entrambe comunque antropomorfiche. Il protagonista di fatto gioca sull’ambigua compresenza dei due fattori, animalesco e umano, per ottenere una serie di effetti comici e disorientare continuamente il lettore, che non sa mai con certezza quale delle componenti sia di volta in volta prevalente. Tuttavia questo non risponde completamente alla domanda. Chi o cosa è un Gatto Lupesco?

La frequentazione dei bestiari e della letteratura enciclopedica può mettere sulle tracce di un terzo animale che condivide con il gatto e con il lupo tratti ritenuti rilevanti, ma è comunque dotato di una fisionomia stia propria e definita, Lo spoglio eseguito su testi particolarmente accreditati nell’ambito della tradizione enciclopedica porta innanzitutto ad escludere che il gatto venisse percepito nel medioevo come un animale caratterizzato da particolari attitudini domestiche e casalinghe, mentre, accanto alle sue doti di cacciatore, acquistano risalto le eccezionali virtù del suo sguardo che gli consentono, in particolare, di vedere attraverso le tenebre.4

Carrega ricostruisce a ritroso la vicenda del Gatto e giunge infine a tracciare un probabile percorso per restituire un’identità certa al personaggio. Secondo Isidoro di Siviglia, infatti, il gatto:
«tanto acute cernit ut fulgore luminis noctis tenebras superet»
(Vede così chiaramente che con il lampo del suo sguardo squarcia le tenebre notturne)

e Tommaso di Cantimpré ribadisce
«carbuncolosis oculis et fulgore luminis vincit tenebras noctis»
(Con gli occhi ardenti e con il lampo del suo sguardo vince le tenebre notturne).

Sul Iupo, comunemente associato all’idea di rabbiosa voracità e ferocia diabolica, sempre Tommaso fornisce questa informazione:
«de die obtusum habet visum, nocte clarius videt. Anomalia autem que notte clarius vident, de die sepius obumbranbtum».
(Di giorno ha la vista debole, di notte vede con maggior chiarezza; invero, gli animali quanto più chiaramente vedono di notte, tanto più frequentemente hanno la vista offuscata di giorno).

Ecco che il gatto e il lupo si trovano a condividere una fondamentale proprietas, quella legata alla singolarità della virtù visiva; né va dimenticato che il potere fascinatorio esercitato dallo sguardo del lupo è, nella letteratura dedicata a questo animale, uno dei tratti più anticamente e diffusamente testimoniati.

Ma gli stessi Isidoro e Tommaso danno notizia di un terzo animale dotato di un’analoga proprietà: si tratta precisamente della lince la quale non solo, come informa Tommaso di Cantimpré
«ita perspicaces habet oculos, quod solida tarpata visu penetrare dicatur»
(ha gli occhi così penetranti che si dice che con la vista trapassi i corpi solidi)

ma addirittura secondo la paretimologia accolta da Isidoro, è alla parentela con il lupo che deve il proprio nome, infatti:
«Lyncis dictus, quia in luporum genere bestia maculis terga distincta ut pardus, sed similis lupo, unde et illo λύκος, oste lyncis»
(La lince è così chiamata perché appartiene al genere dei lupi; è una fiera con il doreso cosparso di macchie come il pardo, ma simile al lupo; perciò, come quello si chiama in greco lukos, questa si chiama lince).

Verificata l’esistenza di una proprietà comune al gatto e al lupo, è altresì possibile individuare un terzo animale che con essi condivida tale proprietà, e quest’ultimo, pur dotato di caratteristiche che lo rendono somigliante ad un felino, si trova incluso «in luporum genere»: l’ipotesi che la strana autodefinizione «gatto lupesco» possa indicare la lince appare dotata di una certa consistenza.

L’interpretazione non è però universalmente accolta. Zoonimi come le chat loup (attestato in area transalpina dalla fine del Trecento), o il gat paul (scimmia, documentato soltanto a partire dall’inizio del XIV secolo e che avrebbe un precedente nel gatto padule) orientano ad identificare l’eroe del Detto come animale realmente esistente pur se, nell’immaginario collettivo, pittato dei tratti di un essere mostruoso e caricato di valenze fantastiche, in bilico fra zoologia reale e fantastica. Forse il suo peregrinare è parodia dei viaggi fantastici tanto diffusi nella letteratura medievale. Probabile, infatti, è pure l’interpretazione parodistica del Detto (secondo alcuni una sorta di risposta alla scienza del Tresor di Brunetto Latini) che ricondurrebbe la figura del Gatto Lupesco ai protagonisti – anch’essi animali antropomorfi – del Roman de Renart circolato nell’Italia medievale con il titolo di Rainaldo e Lesengrino.

L’ultima apparizione della nostra fantasima, sotto alle spoglie del Gatto Mammone, è relativamente recente e risale al 1968.

«Ancora nel 1968 venne comunicata ai giornali la fuggevole comparsa , in quel di Cesio maggiore (Belluno) del Gatto Mammone, che si limitò a spaventare un gruppo di mucche al pascolo. Ma la più parte dei naturalisti è incline a ritenerlo una pura fantasia. Dobbiamo dunque pensare che la signora Serafina Dal Pont sia rimasta vittima di un’allucinazione? Già molto avanti in età, diciamo pure oltre i novanta, siamo riusciti a rintracciarla, nella fattoria di Faverga che da secoli appartiene alla famiglia. La sordità ha reso piuttosto precario il colloquio; tuttavia mi è parso di capire che Dal Pont ribadisce con fermezza, quasi con rabbia, la verità dell’incidente, che avrebbe potuto avere tragiche conseguenze. A sentir lei, Santa Rita sarebbe comparsa sotto forma di un grossissimo topo il quale distrasse l’attenzione del mostro che si mise a inseguirlo attraverso la campagna, sottraendosi ben presto alla vista».5

Non sappiamo poi che fine abbiano fatto tutte queste fantasime. Forse sono ancora li, nei loro antri oscuri e misteriosi, a rimestare nel calderone magico qualche intruglio miracoloso, proprio come raccontato dall’ultimo testimone di questo piccolo viaggio gattoso, Wolfgang von Goethe nel suo straordinario capolavoro, Faust! Ma badate di non interromperne l’attività semmai, come Faust e Mefistofele, vi capitasse di poter accedere ai loro antri misteriosi.

Gatti Mammoni –  Di casa fuora / ad un festino / uscita per la cappa del camino.
Mefistofele – E quanto duran poi.  / Dite, i bagordi suoi?
Gatti Mammoni – Tanto che noi / scaldianne un poco  / le piote al foco.
Mefistofele(a Faust) Che ti pare di queste gioviali bestiuole?
Faust – Le mi pajono la più sciocca cosa ch’io vedessi a’miei dì.
Mefistofele – A me anzi un simil ragionare riesce gustosissimo. /(Alle bestie) Or mi dite anche, bertuccioni sciocchi,  / che è quel che nel paiuolo rimestate?
Gatti Mammoni – Egli è una broda lunga da pitocchi.
Il Gatto Mammone(s’accosta a Mefistofele e gli si stropiccia intorno) Deh, i dadi fuora /gitta, o signore.  / E vincitore / fammi in buon’ora.  / Ahi, poveretto, / vivo in martoro,  / ma se avessi oro / avre’ intelletto.

– – – – – – – – – – –

[1]Marina Montesano, Fantasima fantasima che di notte te ne vai, la cultura magica nelle novelle del Trecento, Città Nuova, 2000.

[2]Non sappiamo, in realtà, da dove giunga tutta questa galleria di gatti lupeschi, mammoni, leonati o serpati. Tuttavia di fronte alla loro comparsa, spesso fugace e ridanciana, non possiamo fare a meno di lasciarci affascinare. Forse nell’etimologia del nome vi è un legame con i Maimoni sardi, la cui bruttezza è proverbiale: «Léggiu cumenti su Maimoni in praccia» (Brutto come (la statua di) Maimone che sta in piazza). In Puglia il termine «mamone» (mamàun in dialetto locale) è usato nel significato di stupido o anche furbastro. Secondo altre interpretazioni, la parola maimòne deriverebbe dall’arabo e avrebbe il significato di benedetto, fausto, di buon auspicio, ma anche mandrillo, babbuino e scimmia. Forse, osano alcuni, il Gatto Mammone ha memoria dell’antico fenicio «mem», che significa acqua, e ad una divinità dell’area mediterranea ad essa collegata. O addirittura all’Egizio Ammone!

[3]Annamaria Carrega, Il Gatto Lupesco e il Mare Amoroso, Edizioni dell’Orso, 2000.

[4]Annamaria Carrega, Il Gatto Lupesco e il Mare Amoroso, Edizioni dell’Orso, 2000.

[5]Dino Buzzati, I miracoli di Val Morel, Garzanti, 1971

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