Nergal

Il Dictionnaire Infernal del De Plancy è abbastanza impietoso con Nergal, anche se ci serba una sorpresa nel finale:
Demone di secondo ordine, capo della polizia del tenebroso impero, prima spia di Belzebù, sotto la sorveglianza del gran giustiziere Lucifero. Così lo chiamano i demonomani. Tuttavia Nergal o Nergel fu un idolo degli Assiri: pare che in quest’idolo eglino adorassero il fuoco.
E ci è andata anche bene tutto sommato… Almeno il De Plancy ha riconosciuto l’antichità del Dio e la sua natura solare accostandolo all’Elemento Fuoco. Si vedrà in seguito che Nergal, infatti, era originariamente un Dio della Luce e della Prosperità. In seguito “mutato” in Sovrano degli Inferi dall’opera di Enki (il parallelo con la figura di Dumuzi è d’obbligo, anch’egli Dio della fertilità asceso al rango di nume Infero).
Strano è che il Dio sia assente dagli elenchi del Lemegeton e dalla Pseudomonarchia.
Non riporterò altre citazioni dai vari manuali di demonologia o magia cerimoniale. Le restanti descrizioni infatti, ad esempio quella del Triple Vocabulaire Infernal, si somigliano più o meno tutte; almeno – ripeto – il De Plancy ha reso giustizia alle origini del Dio. Già, ma quali erano le origini del Dio?
Fedele a quanto promesso nell’articolo su Hekate pubblico una buona parte del materiale, in questo caso raccolto sulla figura di Nergal, basandomi, in particolare, sul capitolo dedicatogli dal Furlani (La religione degli Assiro-Babilonesi, Zanichelli, 1929), dal Modenini (Mitologia delle Origini, Spazio Tre, 2001), dall’Enciclopedia delle religioni diretta da M. Eliade (Vol. 11, Mediterraneo, Voce Nergal a cura di D. Marcus) e dal Castellino (Testi Sumerici e Accadici, Utet, 1977).
Avvertenza
Prima di tuffarmi nelle parole del Furlani mi corre l’obbligo di chiarire come i termini moglie e marito, adoperati troppe volte dallo studioso, non abbiano, per le Divinità, lo stesso valore che possono avere per noi. Anche perché mi resta difficile immaginare un Nergal sposato definitivamente con una Ereškigal dato che entrambi, lo dicono i miti, hanno più partner… Le nozze si devono quindi intendere come un equilibrio tra le due forze, maschio e femmina, dato in un tal momento e che avrà come risultato un rinnovato assetto (Nergal dopo l’unione con Ereškigal diventerà Re degli Inferi, ad esempio; oppure Ereškigal  nel mito della discesa di inanna/Ištar agli inferi dirà che suo marito è Gugalanna, il Toro del Cielo, secondo Sylvia B. Perera personificazione oscura di An oppure, secondo Modenini, personificazione dello stesso Nergal).
Etimologia
Nergal è il Re dell’Inferno, il marito di Ereškigal, Regina degli Inferi, e il Dio della guerra e della distruzione. Sinora – dice Furlani – non si è trovata nelle iscrizioni cuneiformi la pronuncia esatta del suo nome in scrittura fonetica e la forma Nergal, adottata a tutti gli assiriologi è quella citata in II Reg., XVII, 30: Nêrgâl (Sar’äçär) = Nήρτιλοϛ e Jer. XXXIX, 3, 13: Nêrgal = Nηριτλ (ίσαροϛ), la quale però difficilmente corrisponderà alla vera pronuncia babilonese. Nelle note aramee, apposte a documenti giuridici babilonesi, troviamo la forma N.r.g.l. , nelle iscrizioni aramee di Aššur N.r.y.’.l., in mandeo Nîgil e Nîrgil, in siriaco Nerîgh e in arabo Nîrgâl, e presso al-Bîrûnî Narî’âl
È probabile però che il nome del Dio si pronunciasse Nerigal. Le varie forme citate e l’ideogramma più in uso, che fu NE-UNU-GAL, lo rendono quasi certo. In questo ideogramma il segno UNU sarà da leggere forse ri. Sul significato dell’ideogramma, che ricorre anche nella forma NER-UNU-GAL e che qualcuno legge pure NE-URU-GAL o NE-ERI-GAL, non si è ancora d’accordo tra gli studiosi: chi vi vede un’etimologia popolare, che nasconde il vero significato di “Furioso”, chi vi ravvisa il senso di “il Grande e Forte” chi preferisce interpretarlo come “Signore della grande città”, vale a dire l’Inferno. Altri hanno voluto vedere in Nergal una pronuncia abbreviata dell’ideogramma citato ma con le parole nâ’ir (che rende il sumero GIR = nêru) gallu col significato di “Grande Trucidatore”. A puro titolo di curiosità citeremo ancora la bizzarra interpretazione del Clay, secondo il quale NE-URU-GAL vorrebbe dire “la Luce del grande Uru”: Nergal sarebbe di origina amorrita. Un altro ideogramma molto comune è Meš(šit)-lam-ta-e-a, il quale pure ha avuto, specialmente per il fatto che fino a poco tempo fa si leggeva šit per mes, varie interpretazioni. Questo sarebbe il nome più antico del Dio, quando non era ancora stato messo in rapporto con l’Inferno. Esso significa “Colui che esce dal Meslam” cioè il tempio di Nergal nella città di Kutû. Ma qualcuno preferisce tradurre “Colui che è cresciuto in Šitlam”. E c’è chi vede in Šitlam un luogo cosmico, forse l’Apsu (l’oceano, l’abisso). Altri ideogrammi lo simboleggiano come una spada, U-gur = namšarru, o come Dio del ferro o come âlik pani, “Comandante”, “Generale”. Secondo D. Marcus, Nergal costituisce una resa fonetica del termine sumerico Enirigal(a) (Signore della grande città [cioè degli Inferi]). A. Lancellotti (Grammatica della Lingua Accadica, Franciscan Printing Press, 1962) rende il nome del Dio con i logogrammi DINGIR.NÈ.UNU.GAL. (si noti che l’A. rende il glifo per ILU al posto di Dingir)
cuneiforme
Duplicità di Nergal.
Il Dio Nergal presenta aspetti di due nature opposte, è un vero Giano nel Pantheon masopotamico: da un lato è un Dio benefico, Dio della fertilità e saggio medico, protettore dell’agricoltura, Dio misericordioso, che rende la vita ai morti, protettore della vita, nâšir napišti, muro alto della vegetazione; Dio procreatore, onnisciente, saggio, camera radiosa che splende nel paese, il Dio nelle cui mani Bêl diede gli uomini, gli animali viventi, le bestie della terra e i rettili, il gran signore senza il quale Ningirsu non fa crescere nulla nei campi e nei canali, il Dio delle greggi. Nergal fu dunque un Dio della terra, una Divinità ctonica.
Da questa sua origine ctonica si comprende come e perché fu poi messo in rapporto con l’Inferno e quindi poté acquistare qualità e attributi che sono del tutto opposti al suo carattere primitivo. Il suo nuovo carattere, di Dio dell’Inferno e della morte, offuscò e fece quasi del tutto sparire quello originario di Divinità agricola e mite: Nergal divenne infatti nemico degli uomini e seminatore di morte e strage. Come tale e soltanto come tale poté esser detto o meglio confrontato col sole di mezzogiorno e di estate, e non perché fosse un Dio solare. Egli era un grande guerriero, qarradu rabû, un lottatore tra gli Dei, un distruttore colla spada che è la sua arma più forte e terribile. È il più potente nel Pantheon, senza rivali, Dio della guerra e presso gli Assiri anche della caccia. Egli è come un leone che cerca la preda, il Dio della peste (sotto al nome di Erra), il Signore del giudizio, davanti al quale i Demoni, sui “satelliti”, gettano la peste nei luoghi nascosti. Egli marcia all’assalto contornato da quattordici demoni che custodiscono le quattordici porte dell’inferno (sul numero delle porte infere vedi sotto). L’identificazione Nergal-Erra, sostenuta dal Furlani, sarà in seguito dimostrata da Pettinato (I Miti degli Inferi Assiro Babilonesi, Paidea, 2003). Val la pena deviare un attimo dal cammino e soffermarsi anche sulla figura di Namtar.
Namtar
Il messaggero di Ereškigal è Nâmtaru, demone della peste (il nome Namtar significa Fato ed è, originariamente, il messaggero di Ereškigal, non so perché il Furlani lo dica demone della peste, di fatto, le parole che gli consacra sono più vicine alla figura di Erra). Questo guerriero è detto Signore della Battaglia, Bêl tamkhari, oppressore del paese nemico, che incede coperto di splendore, vestito di terrore, provoca la disfatta e concede la vittoria, che distrugge tutti i nemici del paese. Egli è come un flutto tempestoso, che abbatte tutto davanti a sé, è rottura d’argine che annega la frutta. La sua faccia è splendente la sua bocca infuocata, ha statura gigantesca e forza stragrande, è maestoso come il cielo e porta corna appuntite. È un grande toro e un drago sublime. È il furente Dio del fuoco. Va attorno per le città di notte, mentre gli si aprono da sé le porte chiuse. La sua parola è una rete potente, distesa sopra il cielo e la terra, che incute spavento, distrugge, fa ammalare la gente. Egli soggioga i superbi, infligge carestia ai malfattori. È il Dio delle febbri e delle malattie in genere, specialmente quella terribile del capo detta tî’u.
Culto di Nergal ed Ereškigal
Il culto di Nergal si diffuse in tutta la Mesopotamia ed è menzionato anche nella Bibbia. Tra i suoi appellativi si ricordano Ugur e il già reso Meslamtaea, “colui che procede da Emeslam” (il suo tempio a Kutû). A volte è chiamato anche Engidudu. Una manifestazione del Dio era anche Lugalgirra, nominato spesso in compagnia di Meslamtea, assieme al quale formava il gruppo dei due gemelli maggiori. Quasi identico a Nergal è il Dio infernale Era (Ura). Una lista di Dei, dà come nome del Dio in Siria Sharrapu “Bruciatore”. I Cassiti lo adoravano sotto al nome di Dur o Shugab.
Nergal è detto pure il principe degli Anunnaki, il perfetto, che non ha eguali.
È il primogenito di Enlil, ma è riguardato anche come figlio di Anu e di Ea. Pettinato lo identifica anche con Šara, uno dei figli (da intendersi come prescelti) di Ištar. Furlani dice che sua madre è Kutusar. Si citano varie mogli di Nergal: La-aš, Laz, probabilmente da interpretare Lâ aši, “non si esce” dall’Inferno, dalla terra senza ritorno, ovviamente. Questa DNergalea era la sua paredra a Kutû. Un’altra moglie del Dio è Mamîtu o Mamêtu, la quale assieme agli Anunnaki giudica i morti dopo aver fissato l’ora della loro dipartita. Il suo nome significa, come si conviene alla Regina dell’Ade e alla moglie di Nergal “strumento di morte”. Essa è inoltre la personificazione del giuramento. La Dea è conosciuta anche con il nome di Mamma, Mammi e Mammitum.
Il nome più comune però della moglie di Nergal – la vera unica originaria signora dell’Inferno, di cui Nergal non è che il marito e quindi soltanto indirettamente è il Signore del paese senza ritorno, En-nu-gi, cioè En-kur-nu-gi (Kurnugia), come è detto qualche volta – è Ereškigal, il cui nome ha significato di Principessa della Grande Terra, Signora dell’Inferno, in greco ‘Eρεσχειταλ o ‘Eρεσχιταλ. A questo nome sumero corrisponde in accado Allatum. Ella ebbe per marito prima Ninazu, ma poi si sposò, come si apprende dal mito di Nergal e Ereškigal, il Dio della guerra e devastazione. È sorella dei demoni dell’Inferno, i quali sono i portatori, gazulû, del suo trono. Essa risiede nel suo palazzo all’Inferno e ha come “segretaria” Bêlit šeri (ma nel mito di Nergal ed Ereškigal il suo visir è Namtar). Vigila sulle leggi del tenebroso luogo, prende nota dei nuovi venuti, destina la distruzione e la peste contro coloro cui è adirata, e custodisce la fonte della vita la cui acqua ha il magico effetto di sottrarle i sudditi dal suo regno. Quale giudice dell’inferno è assistita da una “segretaria” (visir) dal nome surriferito e dagli Anunnaki, seduti sui loro troni, a capo dei quali sta Nergal. Essa è ancora la Dea della magia e può far uscire i cattivi spiriti dai malati. Sembra sia stata adorata anche in Asia Minore, poiché il suo nome è invocato in un trattato internazionale del Re Hittita Shubbiluliuma, nonché nell’Elam sotto il nome di Allatu. Ebbe un tempio a Kutû ed un altro a Sippar. Per qualche tempo si credette di ravvisare rappresentazioni della Dea in alcuni rilievi con scene pretesamente infernali: la si vedeva nella figura di donna nuda dell’ultimo scompartimento di tali rilievi. Ora però si è riconosciuto che la figura di tali rilievi è il demone Lamaštu (prima detto Labartu). Essa fa forse parte di una scena riprodotta su di un sigillo, nella quale una figura femminile (di Dea?) sta seduta sotto un albero e fa un gesto di difesa, mentre un Dio scuote violentemente e incurva i rami dell’albero. Può darsi che questa scena sia in relazione col mito di Nergal e Ereškigal. Uno dei simboli della regina dell’Inferno fu forse la Vulva.
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Furlani ipotizza che Nergal sia rappresentato nella figura maschile in atto di attaccare Allatu nella scena or ora descritta: dalle spalle gli spuntano raggi, ha un copricapo cornuto, solleva una gamba e squassa fortemente l’albero. Si tratta evidentemente di una scena di violenza. Non si può esser certi se il Dio Nergal sia rappresentato su un cilindro al Museo Britannico in forma di divinità in piedi, barbuto, coll’arma nella sinistra puntata in giù, e su di un cilindro simile trovato a Tell Ta’ennek. Sui kudurru (pietre di delimitazione dei campi) il suo simbolo è la testa di leone poggiante su di una colonna o un bastone. Porta armi e archi e uno scudiscio, qinazu. I suoi animali simbolici erano il leone (nel Satanismo Teista molti gli vedono accanto un leone nero), il corvo, il drago, lo scorpione e il toro. La sua stella è il pianeta Marte, non Saturno o Mercurio, come volle qualcuno. Quale Divinità Planetaria Egli porta il nome di Ningir, Signore della Forza, e Ningirbanda, Signore della Forza Giovanile. Il mese a Lui sacro era il Kislimu (circa il nostro dicembre-gennaio), i suoi giorni del mese erano il 14 e il 28. Il numero sacro del Dio è il 14. Centro rinomato del suo culto era la città di Kutû, la Kutahah dell’Antico Testamento, dove Egli aveva un famoso tempio assieme a sua moglie. Lo sia dorava però anche in altri luoghi, come a Khawilum, Aššur, Larsa, Isin, Usipara, alkhu e Susa. In seguito alla completa identificazione di Nergal con Kutû, il nome di questa città divenne ben presto un sinonimo di Inferi. Dal momento che era celebrato quale sovrano del luogo verso cui tutto il genere umano doveva compiere il suo viaggio finale e poiché lo si considerava all’origine della febbre e della pestilenza, Nergal era molto temuto e la sua protezione era molto ricercata. Non sorprende perciò il fatto che, anche al di fuori di Kutû, egli fosse venerato accanto alle divinità locali. Sennacherib gli dedicò un tempio a Tarbis, a nord-est di Ninive, e templi in suo onore sono stati trovati a Elam, a Mari e a Palmira, lungo l’alto Eufrate. Nergal era il destinatario di un considerevole numero di inni e di preghiere, nei quali viene frequentemente raffigurato con le sembianze di un combattente invincibile. Il suo simbolo, ritrovato sulle pietre di confine risalenti al periodo medio babilonese, è costituito da una mazza da cui si protendono due teste di leone, oppure da una spada a forma di falce. Nella glittica si hanno molte altre immagini di Nergal tra cui una in particolare nella quale il Dio ammaestra un essere leontocefalo sulla punizione da infliggere ad un uomo probabilmente reo di aver offeso gli Dei. In un un cilindro neo babilonese si vede un devoto in preghiera davanti ad due altari con i simboli di Šin e Nergal
La discesa agli Inferi di Nergal
Nel poema Nergal ed Ereškigal, scoperto in Egitto a Tel el Amarna, purtroppo in due sole tavolette, molto lacunose, il Dio è un giovane bellissimo tra i celesti Igigi. Mentre è a banchetto, nella reggia di Anu, il “Destino” (in senso mortale), Namtar, si presenta in vece di Ereškigal, la “Signora della Grande Terra“, gli Inferi, che non può abbandonare per alcun motivo, pur essendo costretta a cibarsi con il cibo degli dei superni: Quando gli dei prepararono il convito, alla loro sorella Ereshkigal mandano un messaggero: “Anche se noi discendessimo da te, tu non saliresti da noi. Manda dunque a prendere le tue focacce”. Ereškigal manda il suo sukkallu Namtar, che sale nell’alto cielo. Tutti gli Dei gli porgono omaggio ma non Nergal. Ereškigal, saputo dell’affronto, si infuria e invia il suo messaggero a domandare giustizia al suo onore. Namtar, tornato dagli igigi, parla: “Mia sorella ha parlato così per la mia bocca: il Dio che davanti al mio messaggero non si è alzato, lui stesso portamelo, che lo voglio morto”. Le ragioni che hanno indotto Ereškigal a formulare la sentenza non sono in realtà molto chiare; e piuttosto confuse sono le reazioni di Nergal data la lacunosità del testo. In apparenza, Ereškigal è offesa per la mancanza di rispetto di Nergal. Ma perché questi si sarebbe comportato così, quando tutti gli Dei, anche più importanti di lui, si sono alzati in rispetto al delegato della Regina Infera? Alla richiesta di Namtar, Nergal, sembra allontanarsi dalla mensa Divina per nascondersi, ma poi – in seguito – chiede aiuto al saggio Ea: “Appena Ereškigal mi vedrà, mi toglierà la vita”. Ma Ea non tenta neppure di escogitare un rimedio, piuttosto convince Nergal a seguire il delegato di Ereškigal presso gli Inferi per scusarsi personalmente con l’offesa e suscitando il sospetto che qualcosa fosse già stato precedentemente architettato da lui per fini che ci sfuggono. Il Dio dell’Abisso, Ea, consegna al giovane pupillo una scorta di 7 + 7 demoni. Sembrerebbe un demone per ogni Porta degli Inferi, che sono, di norma, sette, ma probabilmente nel testo si intendono le sette porte esterne più le sette interne: vale a dire le porte del palazzo di Ereškigal, il Ganzer, oppure le sette mura circolari che costituiscono i limiti degli Inferi e che hanno ognuna due porte, una all’opposto dell’altra. Non si esclude, tuttavia, l’allusione ad uno specifico rituale, come il bit meseri, per l’effettuazione del quale sono necessarie 7 statuette di Dei + 7 statuette di Demoni, governate dalla coppia gemella Nergal e Lugalgirra e controllate dalla potentissima Narudi/Ištar, il “Segreto Sacro di Cielo e Terra“; Lugalgirra è forse un rappresentante di Dumuzi, altra Divinità costretta a scendere periodicamente agli Inferi. Il documento più antico compila una lista dei demoni accompagnatori di Nergal, che probabilmente corrispondono ai sette Sibitti di Erra e sono Matabriqu, il “Saettante“; Sharabdû, il “Calunniatore“; Tiridu, il “Repellente”; Ummu, il “Calore“; Libu, il “Calore della Febbre“, Sidānu, “L`’Ardente, la Vertigine o Il Vacillante”; Bennu, “L’Epilessia“; Rābisu, “L’Itterizia“; inoltre Idibtu, “il Demone dei Venti“; Miqītu, il “Colpo apoplettico“, e Bēlupri, “il Demone dei tetti (?)”.
A causa delle lacune, mancano all’appello tre demoni, tuttavia è chiaro che i presenti ben si addicono a fare da scorta al novello Dio della Peste e delle Guerra, perché sono certamente queste le intenzioni non manifestate di Ea: trasformare un Dio della Luce in un Dio terribile che, forse, a suo giudizio, mancava all’ordine delle cose, come lui lo immaginava. Un Dio che non fosse un qualsiasi mostro infernale, ma un giovane nuovo, bello e di celesti natali. Nergal diventa Erra, nome che lo distingue particolarmente come Dio della Peste e della Guerra. E come tale, il Dio, irrompe negli Inferi, intenzionato “vendere cara la pelle“. I demoni cui Ea lo ha affidato si dimostrano fin da principio dei temibili guerrieri. Guidati dal loro Signore, abbattono tutte le porte sotterranee, finché Nergal, furioso, travolgente come un uragano, raggiunge la sala del trono dove combatte e vince Namtar, afferra Ereshkigal per i capelli e la scaraventa al suolo, deciso a decapitarla. A questo punto la Regina dei Morti, scoppia in lacrime: “Non uccidermi, fratello mio […] Sii tu mio marito e io tua moglie. Ti farò assumere il Regno della Grande Terra. Deporrò la tavola della saggezza nella tua mano. Tu sarai il Re ed io la Regina. – Quando Nergal udì la sua parola la strinse e la baciò, asciugandole il pianto: – Così sia – , rispose, – perché mi hai desiderato da lunghi mesi
Un finale inaspettato che nasconde un significativo gioco di parole: Ereškigal annuncia all’Assemblea degli dei, attraverso il delegato Namtar di volere Nergal “morto” = mûtu, ma sembra, in verità, che la Dea voglia il Dio della Luce in “sposo” = mutu, non a caso, la Dea offre a Nergal la Tavola della Saggezza, o del Sapere, e lo proclama Re degli Inferi. Il fatto non deve sorprendere, in una civiltà dov’è contemplato lo Hieros Gamos stagionale tra il Re Sacro e la Dea, che conferiva al suo paredro onore e sacralità, ma cui, probabilmente, ancora nella protostoria imponeva il sacrificio al termine del mandato, vale a dire trascorso un anno o un certo periodo dalla sua elevazione a Sovrano. Re Sacro e Dio della Vegetazione (il Dio che Muore) sono una sola cosa, e nelle Liste Reali tra i nomi dei leggendari Re figurano i Re divinizzati, caratterizzati da una mitica “Discesa agli Inferi” sia intesa come terribile malattia o morte effettiva: Lugalbanda, Enmerkar, Dumuzi, Gilgameš. Questi Re Sacri sembrano essere tutti paredri – amanti-sposi – della Signora del Cielo e della Terra, Inanna/Ištar, la sorella di Ereškigal. In parole povere, le due Regine, si contendevano i paredri, e questo può significa che la sorte delle Divinità (o semidei) Morenti era quella di morire e risorgere di stagione in stagione. Così doveva essere, è il Ciclo della Vita, l’azione che muove l’intero cosmo. Il mito di Nergal e la doppia natura celeste/sotterranea del Dio è parte di questo ordine cosmico. Altri possibili confronti col mito di Nergal, oltre agli evidenti miti di Dumuzi, Ba’al, Osiri, Lillu, sono l’asiatico Attys e il greco-fenicio Adon, il nordico Balder e il greco Apollon.
Nella versione più recente del mito, dov’è possibile rilevare delle contaminazioni con la Discesa di Inanna agli Inferi, con Enlil e Ninlil e Adapa, tutto si svolge pressoché come nel documento più antico, ma Nergal scende agli Inferi due volte e, alla prima occasione, Ea istruisce il giovane Dio della Luce sul modo corretto di comportarsi nel Mondo Sotterraneo. L’insegnamento è lo stesso che il Dio ordinatore consiglia ad Adapa, quando il suo pupillo è invitato a banchetto da Anu: non bere e non mangiare il cibo offerto, non lavarsi i piedi col pediluvio offerto, non sedersi sulla sedia offerta, altrimenti è more sicura. A questo proposito Ea fa costruire per Nergal un prezioso seggio, affinché il giovane dio si serva sottoterra solo di quello. Il seggio così com’è descritto, lavorato in argento, oro e pietre preziose, rappresenta, evidentemente, il trono sopra cui Nergal siederà come Signore degli Inferi. Ea rivolge al giovane Dio un ultimo importante consiglio: non rivelarsi eccitato quando Ereškigal si toglierà le vesti in sua presenza; ma sarà proprio davanti all’accattivante invito dell’ospite che Nergal cederà. Le due Divinità sono travolte dalla passione, così forte che il loro accoppiamento dura ben sei giorni (si noti il parallelo con l’Epopea del Gilgameš). Al settimo giorno, Nergal risale in cielo, perché, come suggerisce Bottéro, se si fosse trattenuto con la dea per sette giorni consecutivi, non sarebbe più riuscito ad abbandonarla. Adesso è Ereškigal a lamentarsi per l’abbandono del giovane Dio celeste di cui si è innamorata. La Regina Infera rivuole il Dio della Luce tutti i costi e minaccia gli dei superni di aprire le porte degli Inferi e di liberare i morti, affinché divorino i vivi, se non soddisfaranno la sua richiesta. Namtar torna presso gli dei superni per ritrovare Nergal, ma non lo riconosce perché il Dio s’è trasformato, grazie ad un incantesimo di Ea, che gli ha raso il cranio, lo ha reso strabico, storpio e malvestito. La frammentarietà del testo non ci consente di sapere se è ancora Ea a sollecitare il ritorno di Nergal agli Inferi, o se invece Namtar riconosce il giovane Dio, nonostante l’incantesimo che lo deforma. Certamente Nergal non teme più di tornare dalla sua futura sposa, anzi lo desidera, e riceve il consenso degli dei superni di restare nel Mondo di Sotto per tutto il tempo che vuole. Il nuovo incontro tra i due innamorati è focoso e appassionato più del primo. Secondo Bottéro, l’andirivieni di Namtar, delegato di Ereškigal, presso il banchetto degli dei superni, ripropone il rito tradizionale che in Mesopotamia si celebrava all’ultimo giorno d’ogni mese, il Kispu, un banchetto in cui si riuniva un’intera famiglia, per consumare insieme lo stesso pasto, anche in memoria dei parenti scomparsi, perciò Namtar saliva in cielo (il testo dice di mese in mese) in rappresentanza di Ereškigal, e forse non solo di Lei, perché nella versione del poema più recente le sette Porte degli Inferi sono sorvegliate da sette divinità celesti “Antenati di Anu“, e rappresentano delle Divinità Sovrane “trapassate“.
Inno a Nergal
Signore rivestito di terrore,
che appari in cielo e terra, nel paese (di Sumer),
generato da tuo padre per la regalità!
I capi neri sono ricoperti del tuo emanante terrore;
gli Anunna, i grandi Dei, al tuo splendore terrifico
si stringono insieme (spauriti).
Nergal, signore rivestito di terrore,
che appari in cielo e in terra nel paese (di Sumer),
generato da tuo padre per la regalità!
I capi neri sono ricoperti del tuo emanante terrore;
gli Anunna, i grandi Dei, al tuo splendore terrifico
si stringono insieme (spauriti).
Eroe, dal giorno in cui tuo padre ti ha generato,
il Monte (che s’alza sulla terra) tuo padre Enlil,
ti diede in dono tutte le genti,
e pose in tua mano di deciderne le sorti.
Eroe, Nergal, di loro sei Re.
Nergal Eroe dal giorno in cui tuo padre ti ha generato,
il Monte (che s’alza sulla terra) tuo padre Enlil,
ti diede in dono tutte le genti,
e pose in tua mano di deciderne le sorti.
Eroe, Nergal, di loro sei Re.
Signore che ispiri muta soggezione,
figlio di Enlil, nella tua possa [rombi].
Quanto s’addice alla tua mensa pura,
il popolo di Lagaš provveda con ricca mano
(e tu) Nargal, il tuo braccio robusto sorregga la città di Lagaš.
Eroe generoso, provveditore di Lagaš,
Meslamtea, ti si celebri con canti.

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