Non chiarissimo per noi moderni ma divertentissimo se compreso nei (molti) doppi sensi Frate Sbereta (ed. E. Lork, Altbergamaskiche Sprachdenmäler, Halle, 1893) è un componimento di un anonimo giullare datato circa al 1340, che pubblico volentieri in quanto per temi e situazioni si riallaccia al già pubblicato Kyrie Kyrie pregne son le monache. Un frate, tale Sbereta, riceve al convento una devota che ha chiesto di essere confessata. Egli però ha ben altri disegni specialmente sulla maniera di assolvere la malcapitata. E così, preso da clericale infoiamento, non perde tempo e mostrato il randello alla fedele impone “strenge e agraffa“. Ma la donna non sembra gradire. Ne nasce quindi un vivace scambio di battute tra i due, ovviamente ben nutrito di doppi sensi e allusioni sessuali. Alla fine il pio frate riuscirà a convincere la donna a seguirlo a casa sua, dove le mostrerà un singolare metodo di confessione atto ad “acresser cristianitate“. Tale metodo, rivela il frate, lo si porta a compimento – com’era ovvio – previo aver giostrato “quintana” con la donzella ed aver messo dentro lei tutta la propria santità. Mondata infine da ogni colpa la donna il frate la invita a tornare a casa ora “che.l me sigel portati” fino alla prossima confessione… Oscenità e doppi sensi rendono anche questa una ballata divertentissima. Con discendenti di tutto rispetto peraltro: dal “Diavolo nel ninferno” di Giovanni Boccaccio fino alla celebre ballata goliardica “con sta pioggia, con sto vento chi è che bussa al mio convento“.

Frate Sbereta.

Confesando la mia defeta,
L’altrer a sant Agustino,
Me requese d’amor fino,
Ol bon ronco frato Sbereta.

A quello Sbereta fratre,
Me n’ande molto contrita,
E ye disse ol meo peccato,
Perdona.me mia fallita.
Quando vene a far partita,
Misse man sotto soa cappa,
E.ll me disse: strenge e agraffa,
Tasta ol pistel da salseta.

De color tuta me mosi,
Trasse in dre la mia mano,
Credia che santo fosse,
E tu si così villano!
To penser e fol e vano,
L’innimigo si t’atenta.
Se tu che te consenta,
Da De’ sia maledeta.

E.llo fra con vesta bruna,
Disse: donna, in veritate,
E non confesso nesuna,
Che non provi mia bontate,
Per acresser cristianitate.
E ve domando de zostra,
Venerid a cassa nost[r]a,
Meterò sta mea claveta.

De vostra clave e non o cura,
Zo ve dico in fede mia.
Co.ll’animo dritto e puro,
Me mis a venir per via,
Per dir li peccata mia,
E tu m’è requesto malle,
E possa m’a domandato,
Cossa che non e ben nota.

Tanto se sapi laudare,
Sbereta frati d’amore,
Che ye disse: e voy provar,
Se tu n’è bon servitore.
A casa soa senza temore,
Me menò Sbereta frate,
E ye disse: Sberita te,
Qual modo più ve dilleta.

E.llo fra con bon talento,
La volta me dè de sotto,
E.l vedro e.l novo testamento.
Me zirco sanza far moto,
Con gran dolzeza de botto,
E.l me fici straculare,
E possa me lasso stare,
Com fo piena la boneta.

E.llo preyto pri[s] zo a dir:
Dona, confesata siti,
Po che.l me sigel portati.
A cassa vu reto[r]nariti,
Riche zoye da mi averiti,
Piu che scarlata tinta in grana,
Po che do in vostra quintana,
Colpi de sta mia bolseta.

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Mörker
morker@luciferomorker.it

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