Presentazione

Il libro Dingir Ištar è stato presentato il 30 gennaio 2016 a Palaia (Pi).
Presentazione a cura di Marco Barsotti.
Letture: Cristiana Novelli.
Di seguito il video dell’evento.
Sotto al video le foto della presentazione.
In chiusura il testo completo del mio intervento.

Testo dell’intervento di Marco Barsotti

Dicotomia.
Questa parola ci terrà compagnia per la prossima ora e mezza circa.
E qui subito si potrebbe aprire la prima digressione.
Chi mi conosce sa quanto io sia sensibile al lazzo, alla burla, al gioco. Del resto quando mai si è visto un occultista prendersi dannatamente sul serio? Chi si erge a magister assiso sullo scranno e ha pretesa di reinventare persino la forma e il temperamento degli Dei prima o poi è destinato al gran tonfo. E dice Tex Willer parlando del potente di turno: più in alto sono, più rumore fanno quando cadono. Ma torniamo al nostro motteggiare. Che ha a che vedere con la dicotomia?
Facciamo un paio di passi indietro. Molti anni fa iniziai ad indagare i culti della stregoneria europea. Ben presto compresi come nei racconti della stregoneria vi fosse una sorta di predominanza per l’aspetto femminino del Cammino Iniziatico. Per gli eruditi: non mi sto riferendo alla Murray, avrei comunque letto anche quella dopo. Parlo di Diana, di Erodiade, e poi le Fate, le Regine del Sabba… Tutto sembrava orientarsi verso una riscoperta del femminino sacro. Curioso come sono mi ci volle davvero poco a risalire alle grandi Dee del Mondo Antico, in particolare a quelle dell’Antico Vicino Oriente e del Mediterraneo. Affinando la ricerca compresi che moltissime figure discendevano dall’Egizia Iside. Che, dicevano – sempre le stesse parole – i libri di mitologia “è identica con la sumera Inanna e la babilonese Ištar”. Una Dea paradossalmente dell’amore e della guerra al tempo stesso. Una Dea che si diceva fosse scesa agli Inferi per salvare il suo amante (lettura poi smentita in seguito ma ancora fortemente radicata). La più Grande Dea dell’Antico Vicino Oriente. Ecco, contemplando il panorama di Sumer e Akkad… il mio sguardo si fermava. Non un testo, non un florilegio, non una esposizione più approfondita. Per di più il poco che si trovava era caotico: pochi frammenti reperiti su qualche libro, che contrastavano nettamente con altri facenti riferimento agli stessi testi, e contrastavano a motivo della traduzione speso condotta su traduzioni di traduzioni… Niente di niente. Oppure testi che uscivano sparivano misteriosamente dagli scaffali delle librerie, tomi inaccessibili, privilegio di pochi. Se non addirittura non venivano distribuiti.
Non c’era speranza.
E qui che entra in scena la prima dicotomia.
In questo caso era una dicotomia fatta di destra o sinistra e incedeva catturando l’attenzione di molti fasciata del bianco di una minigonna.
Ne fui attratto anche io, e la segui.
Entrò in una libreria. E io dietro. A quei tempi ero giovane e forse anche carino. Avrei voluto presentarmi, dirle che mi aveva colpito la sua armonia, chissà con quali frasi pittate di dolcezza avrei saputo avvolgerla e cullarla. Ma quando si voltò e i suoi occhi neri d’abisso mi trafissero cedetti alla timidezza e per non farmi scoprire afferrai il primo libro che mi capitò a tiro.

Dopo che Ištar, la Signora, fu scesa nella Terra Senza Ritorno,
con la vacca il toro più non s’accoppia[va, l’asino l’asina più non fecondava,
per strada l’uomo la donna più non fecondava,
giaceva l’uomo solo nel suo talamo,
giaceva la donna sola sul suo fianco.

Era il testo che avevo cercato a lungo, quella Discesa agli Inferi sempre raccontata, ricordata, citata, presa a modello, analizzata. Ma mai resa nella sua nuda e cruda bellezza. Qualcuno aveva rotto il muro, il libro era uscito due o tre giorni prima ed era alla portata di tutti: non destinato a comparire fugacemente per poi essere subito imprigionato in qualche antro del sapere privilegio di pochi. Lo comprai e dimentico della mia musa dalla graziosa dicotomia mi avventurai nella lettura dell’epopea più bella di Babilonia.

Negli anni avrei poi raccolto un’ampia mole di pubblicazioni sull’argomento. Avrei io stesso compiuto la mia personale discesa agli inferi iniziata nel momento stesso in cui il tornio di Siduri mi rimbombava pazzesco nelle orecchie. Lavora la creta! Crea! Era il messaggio. Plasma.
Avrei tentato, con scarso successo, di plasmare una versione personale del mito ricostruendolo nei punti cardine e diluendone i mitologemi principali in un’opera teatrale, unico linguaggio che a quel tempo ritenevo mi si confacesse. Ma la mia vocazione al perfezionismo con gli attori fece rompere gli argini ancor prima della scena e precipitò il cast in una tensione troppo rigida e così dopo la prima non se ne fece più niente.
Restava l’urgenza di parlare di Lei, di raccontarla e di urlare al tutto com’era dolce e bello aver compreso il Tutto. Ma in seguito avrei scelto, portato dalle situazioni dell’esistenza, di raccontarla a me stesso e basta! Sarebbe stata un’epopea intima fatta di amore e di preci. Di devozione e ricerca. Per fortuna Lei la pensava diversamente.
E qui sorge la seconda dicotomia… Non sempre ciò che l’uomo desidera è ciò che desiderano gli Dei. E quando si comprende ciò che ci è chiesto così come una diga che cede ci inondano milioni di possibilità. Quando compresi e dissi a me stesso che ci avrei provato venni travolto da una mare di “coincidenze”. Testi su testi anche rarissimi, l’incontro con tante persone mosse dalla mia stessa devozione per la Grande Dea, persino un piccolo aiuto nelle finanze, tutto sembrò spingere il mio legno per permettermi di attraccare anche a questo molo.
E alla fine ce l’ho fatta.
Non dico che sia stato facile. Chi ha letto la prefazione del libro scritta da jennifer Crepuscolo avrà letto il passo dove si parla di “piccoli ostacoli mai casuali” durante il cammino. Ostacoli che puntualmente, specie negli ultimi tempi, hanno tormentato la mia vita. In campo affettivo così come nelle relazioni sociali e in altre sfere. Questo si vede nella fatica che mi ha segnato al punto che al mio scrupoloso controllo sono sfuggiti alcuni refusi. Ma l’opera è stata comunque compiuta e molto si è sciolto dopo, come se non avesse più senso tenere in vita energie che potevano nuocere sia al sottoscritto che ai o al loro creatore o creatori.
La notte di Yule di tredici anni dopo al mio primo incontro con la dicotomia di cui sopra ho consacrato il libro alla Grande Dea.

Essa è vitalità, e d’avvenenza è ammantata
Carica di attrattive, di seduzione e di voluttà
Ištar è vitalità, e d’avvenenza è ammantata
È carica di attrattive, di seduzione e di voluttà
Ha dolci labbra, come il miele, vita è la Sua bocca.
Alla vista delle Sue fattezze sboccia il sorriso.
É splendida. Monili posano sul Suo capo,
Sono belli i Suoi colori. Dai molti riflessi e brillanti sono i Suoi occhi.
È presso questa Dea che si trova consiglio.
Il destino di ogni cosa detiene in Sua mano.
Dov’Essa rivolge lo sguardo nasce la gioia,
Il decoro, lo splendore, la forza creatrice della donna e dell’uomo,
Ha cari gli esaudimenti delle preghiere, l’amorevolezza, la benevolenza.
Tutti quanti stanno in ginocchio davanti a Lei.

Terza dicotomia, discendere e ascendere. O notte e giorno se preferite. Che cosa è’ la Discesa agli Inferi? E che senso ha per noi moderni?
La Discesa è primariamente un rituale catartico mirato a mondare l’iniziando e a farlo rinascere dalle proprie ceneri completamente rinnovato. Non è differente da alcuni precetti alchemici. Il mito e il rito connessi con la Discesa sono universalmente diffusi e trascendono le dottrine filosofiche delle religioni, le epoche e persino le scienze in taluni casi. L’energia caotica della Discesa può travolgere chiunque senza distinzione di età, sesso o ceto sociale, credo religioso, credo politico e qualunque altra differenza si possa immaginare. A seguito di un evento che frantuma la propria anima, violenta ed uccide la propria interiorità, siamo portati a cadere rovinosamente nelle profondità di noi stessi per misurarci col nostro inconscio il quale, solitamente accorto e protettivo, può rivelarsi beffardo e talvolta traditore di ogni valore preconcetto che ci sia stato appiccicato addosso dalle regole della Società, di ogni sicurezza e persino dalle grigie zone di confine di taluni rapporti sociali e delle maschere che ne sono seguite. Squartato e sanguinante colui che compia questo cammino si trova, solo e armato unicamente di Se stesso, a dover affrontare l’efferatezza gratuita e ghignante dei propri Demoni interiori. Badate bene che colui che discenda nell’Abisso non ha timore di risultare scontroso, ostico, persino folle talvolta. Non ha remore a risultare perfino seccante, scortese, brutale, bestiale, specie coi propri simili. Egli ha perso tutto è solo con se stesso e ha le sole mani per tentare la risalita. Ed è qui che l’iniziando ascende al rango di iniziato. Nel limbo che attende alla rinascita oltre la morte mistica che lo ha toccato egli può scegliere se annullarsi o lottare. Se comprende il senso ultimo della sua Discesa opta inevitabilmente per la seconda possibilità. La lotta che segue coi propri tormenti non si combatte che con spade allegoriche: conoscenza e decifrazione del simbolo, linguaggio arcaico, primitivo! E poi volontà di trionfare su se stessi assoggettando ogni più recondito e mostruoso demone della passione. Uccisione e distruzione incondizionata della maschera che strati di vita sociale preconfezionata ci hanno costruito e affibbiato. Pian piano colui che sappia poggiare i piedi sui quattro pilastri Gnosi, Volontà, Ardire, Silenzio, ascende a riveder le stelle e già si rallegra nel conoscere di come i primi raggi di un sole nascente annunzino l’Alba Dorata. Sono percorsi che richiedono coraggio, forza e soprattutto anni. Percorsi da compiere in solitudine, almeno per la mia esperienza. Nessun maestro potrà mai essere tanto saggio da comprendere davvero fino in fondo che cosa potrebbe farci simile ad un Dio risorgente. Questo, ci tengo a precisarlo e ribadirlo, per la mia esperienza. Ci sono alcune persone che necessitano di una guida spirituale, come può essere un sacerdote perché anche Cristo, narrano gli Apocrifi, ebbe la sua personale discesa agli inferi o cadde, dicono i canonici, nell’abisso della disperazione prima del tradimento chiedendo la grazia di poter allontanare il calice. Altri hanno necessità di avere al loro fianco un laico, uno psicologo, un amico, un congiunto, ma sempre e comunque chi intraprenda un percorso di questo tipo deve risalire con le proprie forze. Il maestro che sia saggio indica armi e via. Il resto deve essere fatto in solitudine durante quella che la letteratura esoterica e quella devozionale chiamano la Notte Oscura dell’Anima.
Travalicata la bocca dell’Abisso si ha una rinnovata visione dell’architettura cosmica. Non più sensibili agli orpelli del quotidiano si attinge direttamente dalla Gnosi del Divino e con occhi intrisi di semplicità ci si misura con ogni aspetto del vivere. È mutato l’animo e sovente anche il corpo e questo rinnovato assetto del microcosmo uomo ci fa vedere le cose da altre e più capaci prospettive. Cambia il nostro metro di valutazione, muta la nostra sensibilità al sottile gioco energetico del destino, così come la Discesa ci ha deprogrammati togliendoci i nostri Me, le nostre sicurezze, i nostri poteri, le nostre qualità, la risalita ce li restituisce uno ad uno potenziati e rinnovati.

Ereškigal aprì la Sua bocca e parlò,
a Namtar, il Suo messaggero, rivolse la parola:
<< Va, namtar, e bussa ad Egalghina,
le sue soglie adorna con bianchi coralli.
Gli Anunnaki fa uscire e sul trono d’oro falli sedere,
aspergi Ištar con l’acqua di vita e conducila con te al mio
cospetto >>.
Namtar andò e bussò a Egalghina,
le sue soglie adornò con bianchi coralli,
gli Anunnaki fece uscire e sul trono d’oro li fece sedere,asperse Ištar con l’acqua di vita e La condusse con sé.
Dalla prima porta La fece uscire e Le restituì il manto prezioso del Suo corpo.
Dalla seconda porta La fece uscire e Le restituì gli anelli delle Sue mani e dei Suoi piedi.
Dalla terza porta La fece uscire e Le restituì la cintura di pietre del parto dei Suoi fianchi.
Dalla quarta porta La fece uscire e Le restituì il Suo pettorale.
Dalla quinta porta La fece uscire e Le restituì la collana del Suo collo.
Dalla sesta porta La fece uscire e Le restituì gli orecchini delle Sue orecchie.
Dalla settima porta La fece uscire e Le restituì la grande corona della Sua testa.

Molti millenni fa, nella terra di Sumer, generazioni di scriba affinarono e limarono con finissima maestria le parole con cui il mito sarebbe stato tramandato ai posteri. Le loro sintesi di tanta scienza comprendevano una variegata possibilità di ascendere alla cognizione delle architetture del Cosmo. La più potente era forse la più ancestrale. Se non per l’intreccio della vicenda almeno per la protagonista. Questa era la Dea più antica che l’uomo abbia conosciuto il cui culto si perdeva nella notte dei tempi risalendo nel suo nucleo centrale fino al Paleolitico. Una Grande Dea fatta di dicotomie: morte/vita, amore/guerra, giorno/notte. Si sarebbero elaborate milioni di sottigliezze teologiche per equipararne la figura a quella dell’allora sorgente culto patriarcale. Uomo da guerra, la dicevano le sacerdotesse. Virile e persino barbuta, la chiamavano i sovrani. Ma Lei è potente, tenace, forte. E il Suo nome non è mai stato cancellato dalla memoria dell’uomo. Così come la Regalità, della quale Lei stessa è garante, si espande per le quattro direzioni cosmiche i suoi mille e mille nomi si sono espansi a dominare le Quattro Regioni, il Tutto come definito dai Re di Akkad. Non ha mai ceduto il passo, non è mai stata vinta, non ha mai conosciuto nessuno che davanti alla Sua Grazia si sia tirato indietro. Nemmeno il Sapiente Salomone seppe sottrarsi a riconoscere in Lei l’Amor che move il Sole e l’alte stelle.
Nel mio libro tento di tracciare un ritratto completo della Dea tenendo conto di tutto il materiale che mi è stato possibile reperire in anni di ricerca. Io non sono un assiriologo, sono soltanto uno studioso dell’occulto e pertanto la mia ricostruzione, in verità risistemazione del mito, potrebbe apparire in alcuni punti forzata se non addirittura infarcita di concetti che hanno più a vedere col nostro medioevo che con Sumer e Akkad. La scelta di seguire un certo itinerario pur mostrando particolare attenzione a quanto già detto da eminentissimi studiosi, è dettata dalla necessità di far comprendere come il mitologema della Discesa agli Inferi sia antico e tuttavia applicabile a qualsiasi cammino spirituale ivi compreso anche quello di noi moderni. Pertanto non mi sono sottratto a parlare, per esempio, dei quattro elementi pur non avendo mai incontrato il concetto del quaternario degli elementi nei testi della Mesopotamia.
Ma il mio lavoro, come dico nell’introduzione, deve essere uno strumento nelle mani dei devoti della Dea.
Altri limiti della mia ricostruzione possono essere nella scelta di restringere l’area di studio alle sole Sumer e Akkad pur con qualche accenno alle Civiltà coeve. Il culto della Grande Dea era diffuso in tutto il Vicino Oriente. Ma scrivere un testo che tenesse conto di tutte le aree geografiche attigue alla Mezzaluna Fertile e dei popoli che le hanno di volta in volta occupate si sarebbe risolto o in una sintesi davvero troppo frettolosa o in un tomo illeggibile anche dal più volenteroso dei ricercatori.
Infine, altra dicotomia, Sumer e Akkad. Ho parlato di questi popoli come se fossero uno solo mentre in realtà tra di loro vi sono profonde affinità così come abissi di differenza. E anche questo potrebbe essermi contestato. Ciò perde parte del suo valore qualora si contempli come il frammento sul quale abbiamo scelto di far luce non sia che un tassello di un più vasto affresco: se avessi dovuto fare un lavoro davvero filologico sarei partito dal paleolitico e avrei dovuto tracciare un quadro completo di ogni sfumatura non soltanto della Dea ma della cultura spirituale e materiale di Sumer e Akkad nonché dare conto delle ipotesi dei vari studiosi intorno alla loro provenienza e alla geografia del loro territorio. Ho scelto dunque di focalizzare lo sguardo su un’Energia che tali differenze le ha trascese per sua stessa natura ponendosi primariamente quale Ente preposto al passaggio di ogni stato sia per ciò che concerne la Storia che per ciò che è il cammino spirituale del singolo. Questo è stato il mio approccio.
Ho scelto di cantare la bellezza e la potenza di Ištar.

“Lei trova le gemme-da-natica e le mette sulle natiche,
Lei trova le gemme-da-testa, e le mette sulla testa,
Lei trova un blocco di lapislazzuli chiaro e lo mette sulla nuca,
Lei trova il gioiello d’oro a forma di vulva e lo mette sui capelli in testa,
Lei trova sottili orecchini d’oro e li mette alle orecchie,
Lei trova bronzei bruniti (pendenti) e li mette ai lobi,
Lei trova gioielli che grondano miele e li mette agli occhi,
Lei trova il gioiello santuario esterno e lo mette al naso
Lei trova il bell’anello a forma di colomba e lo mette all’ombelico,
Lei trova la fiasca di miele e d’acqua dolce e la mette sulle anche,
Lei trova il luminoso alabastro e lo mette sulle cosce,
Lei trova il gioiello a forma di salice, col suo fogliame scuro, e lo mette sulla vulva,
Lei trova le scarpe adornate e le mette ai piedi”

“Quando mi sarò bagnata per il mio Signore, per Dumuzi, e mi sarò adornata i fianchi, coperto il volto di crema, e avrò truccato gli occhi con il khol, e quando le sue mani incantatrici mi stringeranno le natiche, e steso su di me mi massaggerà i seni bianchi e sodi e mi toccherà la vulva deliziosa, e il suo membro come una prua, vi porterà la vita, allora io pure a lungo lo carezzerò”.

Scorre ora una considerevole galleria di volti amici che hanno creduto nel mio progetto e che hanno voluto e saputo darmi sprone nel portare a termine il mio viaggio. Prima è Jennifer Crepuscolo che ha anche dato un apporto concreto al libro scrivendone la prefazione, elaborando l’immagine di copertina e aiutandomi a promuoverlo attraverso i canali del web. Poi Paola Fiorellino che mi è stata accanto e ha lottato con me e per me con discrezione quando ce ne fosse stata necessità, e quando richiesto con il coraggio e la forza travolgente di una leonessa. Poi tanti di quei nomi alcuni ricordati nel libro altri talmente intimi e riservati da non poter essere menzionati, pozzi di sapienza stemprata nella magia dell’intuito, persone che non hanno mai letto di Sumer e che tuttavia già molto prima di me avevano nel DNA il genoma della Gnosi Luciferina. Poi i miei genitori, gli amici e chissà quanti altri meriterebbero di entrare nella lista dei miei benefattori. Non ultimi Giorgio e Marta che hanno accettato di mettere a disposizione il locale per la presentazione e voi tutti intervenuti. Infine il Sindaco e il Vice Sindaco del Comune di Palaia per la graditissima presenza.

Primariamente, non me ne voglia nessuno, va però la Dea, la Grande Dea che ha voluto che io giungessi a conoscerla e comprenderla. E che mi ha eletto a Suo scriba. Un dono immenso, grandissimo e commovente. Non lontano dal mio orto dei semplici, camminando tra l’universale panacea frutto del mio lavoro, scorgo già oceani “altri” e altri legni da condurre in altri porti. Scorgo persino altre dicotomie nella danza che congiunge ogni lembo di sapere e annulla distanze e differenze, androgini danzanti di possibilità. Scorgo un oceano di potenzialità e una rinnovata forza di riprendere il cammino sotto l’egida benevola della Stella del Mattino e della Sera.
Dovunque vorrai condurmi, Grande Madre Istar ti sarò sempre fedele.

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