Il Principe (NON) libero

O “Il Principe Detronizzato“.

Il principe non convince. Mi dispiace ma non convince.
Inizialmente mi ero ripromesso di non guardare questa miniserie sulla vita di De André ma poi l’emozione ha avuto la meglio e Mamma Rai mi ha tenuto per due sere incollato davanti all’ex tubo catodico (dopo anni di lontananza peraltro).
Non ricordo se Dori Ghezzi o altri avevano affermato che il film era fatto in un certo qual modo per cui “ognuno avrebbe potuto trovarci il suo Fabrizio”. Forse così è stato per Ghezzi e per tanti altri ma non per me. Io non solo non ci ho trovato il “mio” Fabrizio ma dopo averlo visto non riesco nemmeno a pensare che qualcuno abbia potuto trovarci il “suo” con facilità. E il motivo è semplice: quello del film non era De André.
Eppure punti a favore la pellicola ne ha molti: la ricostruzione storica, il giusto equilibrio tra le vicende dell’Artista e quelle dell’uomo, la spettacolare interpretazione di Gobbi / Villaggio, i momenti con Tenco, la solare interpretazione di Valentina Bellé e perfino la suspense della vicenda del rapimento (secondo alcuni punto dolente del film ma a mio avviso uno dei momenti più toccanti). Insomma come fiction è veramente ben fatta. La scenografia pecca in alcuni punti, c’è qualche incongruenza – comunque passabile, certo – ma ha un punto davvero debolissimo nelle vicende del post rapimento (quindi Creuza De Ma, Nuvole, Anime Salve solo per menzionare tre lavori davvero notevoli dell’Artista De André e, al tempo stesso, tre momenti davvero epocali per la musica italiana in generale). Le vicende dell’apice della produzione artistica di De André sono narrate in meno di quindici minuti scarsi… Volendo comunque sforzarsi di non criticare e cercando di inghiottire il rospo Principe Libero come fiction regge abbastanza bene.
Ed è questo il punto: Principe Libero è e resta una fiction e in quanto tale prodotto destinato al passaggio televisivo, pensato e concepito per un pubblico su vasta scala, “mediocre” a suo modo perché deve poter piacere a tutti. E questo “piacere a tutti” mentre lascia l’aspetto “codificato” dell’Artista De André, (uomo e) artista tormentato, quello delle sigarette a random, dell’alcol ecc., non rende giustizia all’alto profilo umano, al “pensatore” De André, all’uomo affamato di libertà, anarchico, ribelle, quello da sempre “in direzione ostinata e contraria”.
Nel presentare la pellicola si è voluto distrarre lo spettatore su problemi di minore importanza come la presenza o meno della Pivano all’Agnata, o il fatto che a regalare la prima chitarra a Fabrizio fosse stata la madre invece del padre e altre cose del genere sacrificate, come ha detto Dori Ghezzi, a beneficio dei tempi televisivi e del format. Ok, e questo può anche starmi bene. Ma vedere De André che parla come er pupone no… Sono un vecchio di merda, non un giovane nerd (come quello visto tempo fa su youtube) che ha scoperto De André in tempi recenti. Io c’ero! E ho visto i suoi concerti, ci ho parlato perché lo ho conosciuto. Dica ciò che vuole la Ghezzi o quanti erano in intimità con De André, ma non si può persuadere lo spettatore che “quel” De André era De André. Non mi si può venire a dire, per esempio, che quando parlava non aveva cadenza ligure perché “la famiglia era di origini piemontesi”. Questa è una cazzata bella e buona, una di quelle che si usano quando, come si dice in Toscana, ci si è accorti di averla pestata fino allo stinco…
E del resto, voi giovani, fate un ripasso: andate sul tubo a sentirvi qualche audio di quelli dove Faber presenta i brani di Creuza De Ma e ascoltate che cosa dice parlando dei dialetti, meraviglie “onomatopeiche” che nutrono la lingua italiana (in alternativa, dice De André, sarebbe già diventata una lingua per vendere stoccafisso… Vi metto l’audio a fine articolo).
Tutto questo senza contare la maniacalità del soppesare ogni parola tipica dell’Artista De André, una maniacalità più volte palesata durante le interviste e i concerti.
Insomma a conti fatti il Principe non è proprio per niente libero ma risulta piuttosto ingabbiato nella tipica mediocrità del classico format televisivo italiano (ci avete distrutto i Medici, ci avete distrutto De André, per favore fermate le lavorazioni de Il Nome della Rosa). Un Principe, questo Marinelli (si, tanto di cappello per la gestualità, forse l’unica cosa convincente) che ripudia buona parte delle armi con cui ha costruito il suo regno: libertà, anarchia, lingue e dialetti, poesia, le atmosfere degli chansonnier francesi, le lingue arcaiche di Carlo Martello o maccheroniche di Ottocento) e si adagia sulla dilagante mediocrità dell’artistucolo da balera che fa il maledetto, sembra, solo perché fa figo.
Ridateci Faber, quello vero. Quello vero, il Gigante Fabrizio, l’Artista Fabrizio. L’Anarchico Fabrizio. Con la sua poesia, il suo essere genovese, la sua ironia pungente tipicamente ligure, il suo genio, la sua personalità, la sua cultura. E, faccio un appello, fermate questa scempiaggine mediocre che tenta di rileggere le personalità del secolo passato a beneficio di una memoria corretta, quando non propriamente riscritta. Fermate la narrazione corrotta/corretta ad uso e consumo del mediocre uomo del nuovo millennio; fermatevi, stolti! prima che ci si ritrovi ad avere un’altra fiction magari con un Guccini che parla napoletano o un Battiato che parla milanese.

P.S. una menzione di odio e rancore, ma di quelli forti eh!, per la Rai TV che si palesa per l’ennesima volta televisione NON di Stato e taglia Bocca di Rosa per far posto al mediocrissimo Vespone e ai suoi mediocrissimi ospiti.

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