Sui grimori, sulla Tradizione e sul tracciare il numero 2

Una sera al circolo del mio paese il leggendario gestore Piero mi dettò un numero di telefono. Non ricordo ne di chi ne perché. Mi dettò questo numero. E mentre lo scrivevo non poté fare a meno di commentare che la mia grafia del numero 2 era aggraziata però singolare: il modo in cui avevo di tracciarlo partiva dal contrario. Era un due molto bello, ma fatto partendo dalla fine.
Tuttavia, al di la della tecnica usata per tracciarlo, il risalutato era un due…

Perché scrivere di esoterismo?
Ultimamente tendo a scrivere sempre meno di esoterismo. Privilegio la lettura e l’analisi di fonti sia scritte che disegnate ma evitando accuratamente qualsiasi interpretazione dei più o meno sedicenti maestri, il tutto per un semplice motivo: mi sono reso contro che non serve a niente scrivere di esoterismo. Sissignori, in buona percentuale la cosiddetta letteratura esoterica è aria fritta.
Aspetta Lector! Tu, si proprio tu, che dopo ciò che ho detto storci il naso e interrompi la lettura del post, dammi almeno la possibilità di argomentare…

Iniziamo col dire che c’è tutto un corpus di scritti più o meno conosciuti facenti capo a vari rami di ciò che potremmo definire (ma non lo definiamo o ci si fa notte) esoterismo. Dalle più famose dottrine della cabala, alle operazioni teurgiche e goetiche, astrologiche, divinatorie ecc. fino alle vere e proprie filosofie di stampo esoterico legate a scuole più o meno diffuse e convalidate o meno dalla Tradizione. Già, ma quale Tradizione? E già qui si potrebbe aprire un vaso di Pandora del dubbio… Perché anche le tradizioni sono una moltitudine e anche queste sono soppesate secondo il loro valore da una lontana e indefinibile Tradizione Primitiva che, chi più chi meno, tutte le scuole hanno (organizzazioni di stampo esoterico quanto semplici scuole di pensiero non necessariamente organizzate).
Da questi scritti si ricavano i dettami e gli assiomi teorici di operazioni e criteri comportamentali esoterici quando non dichiaratamente magici. Il tutto però senza tenere conto di due regole molto semplici che sono poi quelle che hanno pesantemente minato la mia fiducia nell’interpretazione letterale dei testi esoterici cara a tanti divulgatori: lo spazio e il tempo… Nella loro accezione più materiale.

Esempio. Un testo antico mi dice che a seguito di una particolare congiunzione io posso, per effetto di simpatia, far convogliare le energie vivificanti di un dato corpo celeste in un talismano che, una volta portato addosso, mi garantirà di avere tempi e prestazioni sessuali pari a quelle di un re del porno (non incominciate a scrivere email con la richiesta del testo: mi sono inventato la cosa per fare un esempio). C’è però un piccolo problema… Questo incantesimo è stato pensato per degli uomini cui la durata della vita media era di 35/40 anni… Che avevano un’alimentazione, dei ritmi di lavoro e di riposo (poco) e un modo di relazionarsi al mondo e agli altri uomini estremamente diverso da quello dell’oggi. Questo, di per se, invalida completamente il rito.

Facile, dirà qualcuno, così son buoni tutti. È chiaro che un rituale scritto per una disfunzione erettile di un trentenne del medioevo non funzionerà mai per un cinquantenne dell’oggi…
Ok, spostiamo il livello su un altra cosa.
Principalmente queste riflessioni mi sono sorte dalla lettura di un post su FB di due carissime amiche le quali contestavano la discendenza della figura di Astaroth dalla Grande Dea Ištar. Il sottoscritto, anche sulla base di documentazione non riportata nel libro, perché sarebbe stato troppo lungo partire dai sumeri ed arrivare al nostro rinascimento, ha sostenuto e tutt’ora sostiene che l’idea della grande Madre dell’Antico Vicino Oriente ha pesantemente influenzato la visione del Satana cristiano (andatevi a rileggere Agostino nel De Civitate Dei per un capolavoro di sincretismo!). A titolo di esempio però nell’ultimo capitolo ho inserito un brano del Cartari che voglio riproporre:
“Ma in questo proposito è da notarsi quanto scrive Martin Delrio sopra il cap. 14 della Genesi; cioè che la città d’Astarot Carnain ricevesse questo nome da un idolo di Giunone o Diana Bicorne, che in quella città si adorava. Et chi legge i theologhi del Getilesmo non giudicherà strano questo cambio, poichè appresso i medesimi si leggono pazzie maggiori intorno a queste mascherate secondo il costume degli orientali. Et io ne ho tocco alcuna cosa nella mia sposizione sopra la Mensa d’Iside. Ma chi sà, che questa Astarte bicorne non fosse Iside; io per me lo credo. Ne mi da impaccio il nome di Astarte, perché forse gl’Hebrei l’addattavano a tutte le Deità femine in quella maniera che’l’Baal, o Beel a tutti i malefichi. La vera interpretazione però di Astarot Carnain, io penso, che si possa cavare da quanto dice Eusebio nel lib. I della Praeparatio Evangelica al cap. VII, cioè che Astarte moglie di Cielo, si facesse in capo, per ornamento, un paio di corna”.1
Ed ecco il sincretismo tra Astarte ed Astarot. Ok, dirà qualcuno, ma Ištar? Che c’entra? C’entra dato che Astart era il nome della Dea nella Mesopotamia nord occidentale. Tra le tante testimonianze scritte della diffusione dei nomi della Dea scelgo l’indimenticabile Semerano: “è nella trasparenza del simbolo, a indicare il mondo vegetale, con qualche riflesso fallico, e insieme l’arma della battaglia, la componente IŠ- di Ištar ha questi significati ed è ricalco sumero su accadico iṣu, mentre l’elemento -TAR del nome indica l’eterno ritorno della vita vegetale: accadico tāru (ritorno) che poté produrre la suggestione dell’omofono accadico tāru (grazioso) detto della Dea della provvidenza, tīrānu (grazia): si veda l’etrusco Turan, Venere. Il segno della stella che precede il Sole ed annunzia la notte, Espero, ha fatto si che il nome Ištar, fenicio ‘Aštart (l’ebraico Astaroth), abbia finito col significare Astro, latino Aster, greco ὰστήρ”.2
Quello che Semerano mostra è che c’è una storia della lingua anch’essa soggetta a interpretazioni (come quelle bibliche sul Genesi cui fa cenno Cartari), a espressioni locali (come il nome della Dea, Ištar, Eštar, Gešdar, Aštar, Attar tutte varianti locali, variazioni anche pesanti della figura della Dea, secondo alcuni uomo, secondo altri donna, o addirittura androgino). Come dire, sbaglia chi esaspera il sincretismo così come sbaglia chi crede all’immutabilità delle parole e dei nomi nel tempo e nello spazio.
Ma questo nessun libro o articolo potrà mai spiegarlo a fondo.
Perché c’è un mutare continuo della lingua e dell’approccio dei popoli che non si deve mai sottovalutare quando si cerca di capire una Divinità. Ma questo vale ancora di più per le operazioni magiche! Si legga lo straordinario corpus dei Papiri Magici Greci: HYWH invocato nei riti di negromanzia, Ereschigall (sic) invocata nei riti d’amore e chi più ne ha più ne metta.
Con questi presupposti non posso pensare che un rituale o una certa linea di comportamento che aveva valore per gli antichi lo abbia per me. Magari lo ha, ma solo in parte, nelle sue linee principali. Nei sui simboli di base.

Andiamo avanti però. Mi dirà qualcuno che almeno le tecniche di meditazione si salvano. Cazzo almeno quelle. No signori non si salvano nemmeno quelle. Perché a voler essere puntigliosi e rompicoglioni fino in fondo l’aria che inalavano i nostri antenati quando codificarono la respirazione rituale non è la stessa di oggi. E non credo ci sia nemmeno necessità di dati alla mano. Qui sorge una domanda. Che c’entra se l’aria non è la stessa? C’entra perché volenti o nolenti un certo tipo di respirazione, e quindi un certo tipo di aria, permette di avere certi risultati in virtù di un suo apporto “chimico” al nostro corpo in quanto va ad alterare le percezioni sensoriali più o meno (molto più o meno) allo stesso modo dell’alcool o degli stupefacenti. E qui crolla il castello. L’aria di oggi è più rarefatta di quella di un tempo ed è inquinata. Tuttavia la respirazione rituale, la tecnica intendo, ha dalla sua una schiera di eccellenti maestri e discipline che la insegnano e per fortuna è quella che, passatemi il termine, ha subito meno danno nel passaggio fino all’oggi.

Vorrei continuare, dire tante altre cose. Parlare di chi scambia i grimori del rinascimento per vangeli, di chi va a cena, a letto o a spasso con questo e quell’altro demone, di chi ha la prescienza, come il Dio di Agostino, e non ritiene necessario informarsi, di chi prende per il culo tutti contribuendo a gettare confusione nel casino… Ma credo di aver allungato troppo questo post. E tanto poi, la maggior parte continuerà a cercare la formuletta magica per avere soldi/figa/successo (magari mentre prende per il culo i wiccani), vorrei anche parlare di quelli che spacciano i talismani contro una determinata entità per talismani che attirano proprio quella determinata entità (questi sono micidiali, fuggiteli come la peste), di quelli che prendono per il culo quelli che pensano che i demoni siano coccolosi e gentili e poi dipingono i 72 della goetia come omaccioni cazzuti da serial tv… Molta colpa ce la hanno anche i social. Non tanto per i contenuti ma per il concetto stesso della comunicazione che si fa su un social: deve essere veloce, stringata e che richieda poco sforzo intellettivo. Magari accompagnata da un’immagine accattivante che al 90% delle volte non c’entra un beneamato cazzo coi concetti che si presentano. Tutte cose che dovrebbero essere lontanissime dalla ponderata meditazione richiesta a chi si interessa di esoterismo.

Conclusione.
Non scrivo quasi più di esoterismo perché mi rendo conto di quanto sia pericoloso muoversi lungo i sentieri iniziatici. Un’esperienza di uscita dal corpo a seguito della respirazione coordinata che io, che non sono e mai sarò un maestro, posso fare con ottimi risultati nel tempo e nel luogo dove vivo ora avrà valore di fuffa per uno che vive in mezzo al caos di una città con l’aria mille volte più pesante a causa dello smog, col casino delle auto come sottofondo. Io potrei scrivergli istruzioni dettagliatissime ma se non può arrivarci per formazione o per l’influenza del suo ambiente circostante non ci arriverà mai. E di contro chiunque abbia allenato la mente in mezzo alla frenetica vita di una grande città troverà inutili tante sovrastrutture mentali che io trovo indispensabili. Tra venti o trenta anni poi, un terzo che voglia provare le esperienze di entrambi le classificherà come fuffa entrambe.
Cos’è che ci accomuna, io, il cittadino e il magista del futuro? Il simbolo e le poche tecniche di base che poi ognuno deve fare sue. E basta. Altro non c’è. Perché una parola cosiddetta magica così come una tecnica possono virare nel loro significato più profondo a seconda di tempo, luogo, approccio del singolo al tutto. E talvolta nel giro di pochi decenni.

In conclusione quindi potrei invitare ad accogliere una sorta di codice deontologico-esoterico che parta dallo studio del dettame tradizionale, e mai mi permetterei di rinnegarlo, ma con il beneficio del dubbio che vada ad arricchire e a modificare, o integrare, laddove si renda necessario quanto tramandato dai testi base delle varie filosofie al fine di renderne fruibili i concetti e le direttive anche dall’uomo moderno. Come, ad esempio, ha fatto Ahsife Oscura nei suoi due libri che riprendono e aggiornano molti concetti dei grimoires.

Un po’ come si fa coi Tarocchi, e per questo li amo, è vero che le linee basi sono quelle. Ma in generale poi ogni cartomante parla in base alla sua esperienza che è e resta sacrosanta sempre se non scade nel grottesco ovviamente… E per quanti libri escano ogni anno sui Tarocchi mai nessuno – nessuno! – riuscirà a fissare su carta quest’energia che li avvolge e li rende unici. Solo alle singole Lame che parlano per simboli è concessa questa grazia. Ed è un bene che sia così.
Non importa quindi da dove si parta per tracciare un due. Magari lo si fa così perché, come facevo io, siamo abituati a scrivere tenendo il foglio leggermente inclinato. Ma è l’atto di scrivere e il risultato, il vedere il 2 su carta, che hanno valore. Questo, per carità, non invalida ne la scrittura ne la matematica. Ma li ridimensiona e li rende entrambi strumenti “al servizio” del concetto di due piuttosto che concetti essi stessi “serviti” dal due. È questo che la maggior parte non vuol capire.

[1]Vincenzo Cartari, Le Origini delli Dei de gl’Antichi Anastatica, Luni Editrice, 2004, p. 296

[2]Semerano G., Le Origini della Cultura Europea, 1984, Vol. I, Tomo I, p. 167.

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